Mio padre ha riso di me davanti a tutti, dicendo che ero un vuoto totale. Poi è stato chiamato d’urgenza, ha aperto quei documenti e ha smesso di sorridere. Per sei mesi sono rimasta in silenzio….

Quella sera ero bloccata in un ingorgo in via Partenope, un ingorgo che sembrava esistere da sempre. Il golfo rifletteva un colore strano, né blu né verde, spento come un lenzuolo lavato troppe volte. Il Vesuvio spuntava come una gobba grigia. Avevo abbassato il finestrino perché l’aria condizionata della mia vecchia Panda funzionava a intermittenza, e l’odore del mare si mescolava a quello della benzina e dei peperoni arrostiti su un balcone.

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Mio padre, poche ore prima, aveva riso di me davanti a tutti. «Sei un vuoto totale», aveva detto, con quel tono che usava in tipografia per rimproverare un operaio. Poi era stato chiamato d’urgenza, aveva aperto quei documenti e aveva smesso di sorridere. Io mi chiamo Alessia Conti.

E per sei mesi ero rimasta in silenzio. Poi avevo iniziato a fare domande, andando al sodo. «Perché paghiamo all’autore il cinque per cento quando lo standard è l’otto? » «Perché ci siamo lasciati sfuggire i diritti della guida del Cilento, che poi è stata pubblicata a Milano e ha venduto quarantamila copie?

»

I Santori erano Gianni, il proprietario della tipografia con cui lavoravamo da vent’anni, e suo figlio Luca. Quando avevo sollevato la questione, mio padre aveva risposto con un semplice «No». «E no, cosa? » «No, non voglio conoscere meglio Luca, con tutto il rispetto per lui che non c’entra nulla.

»

«Sì, piccola mia, traduci i testi che ti do, correggi le virgole, vai agli incontri a cui ti mando, perché io non ho tempo. Questo non è lavoro, sono commissioni. Ti servi del mio cognome, vivi nell’appartamento che pago io, guidi l’auto che ti ho comprato e stai seduta nella mia casa editrice e pensi di avere il diritto di dirmi di no. »

Così dava ordini in tipografia.

Così parlava con gli autori a cui diceva di no. Quella sera, bloccata nell’ingorgo, guardai le mie mani sul volante. Unghie corte, senza smalto. L’anello di mia madre con il granato all’anulare destro.

«No, grazie», dissi a me stessa. «Perché no? » mi chiesi. E poi la risposta: «Perché ora Santori ce l’ha, mentre noi no.

»

Arrivai al bar all’angolo con via Solimena. Ferrara era lì, come sempre. «Sarò a casa tra venti minuti», gli dissi. «No, grazie», rispose lui, con quello sguardo breve tra due uomini che si conoscevano da vent’anni e ai quali bastava un movimento delle sopracciglia per mettersi d’accordo.

Il contratto era sul tavolo. Anticipo di quindicimila euro, pagabili in due tranche: settemilacinquecento alla firma, settemilacinquecento alla consegna del manoscritto. «No, non lo è», dissi quando mi chiesero se fosse un problema. Pensai che fossero le sette del mattino.

O forse le otto. Mio padre molto probabilmente non lo sapeva ancora. Ferrara avrebbe inviato la comunicazione all’ufficio di Conti e Figlio lunedì mattina, ufficialmente. Prima finii il caffè.

Terminai di leggere il giornale. Mi alzai, mi misi la giacca, scesi all’edicola all’angolo di via Cimarozza e comprai la Repubblica. Alle tre e venti suonarono alla porta. «Se chiamarla o no, decidi tu», mi dissi.

«Ho detto no. »

Se fossi andata da papà otto mesi fa e gli avessi detto: «Papà, voglio un nuovo marchio all’interno di Conti e Figlio», cosa sarebbe successo? «Oggi no, domani forse. No, mai.

»

Rimasi con il telefono all’orecchio per altri dieci secondi. Poi anch’io mi distrassi. Il tavolo era economico, preso all’Ikea di Aversa. Una gamba traballava leggermente.

«Ho detto di no. No, niente, niente. »

Era in piedi all’angolo tra via Ciattamone e via Partenope, vicino all’edicola, e sfogliava una rivista. All’inizio pensai di essermi sbagliata.

Ma era lui. La giacca grigia, quella che mia madre gli aveva comprato a Roma un paio d’anni fa. Dovevo passare davanti all’edicola per arrivare alla macchina.

Davanti all’edicola, si va in direzioni diverse e si continua a vivere.