Il testamento fu letto un martedì mattina d’ottobre, nella sala grande della casa Sellitto, con quella luce che Matera sa fare in autunno, obliqua e densa, quella che entra dai Sassi e trasforma ogni cosa in qualcosa di più antico di quel che già è. Elda Quaresima era seduta in fondo alla stanza, sulla sedia più piccola, quella vicino alla porta che nessuno aveva pensato di offrirle, perché nessuno aveva mai pensato a lei in un modo che richiedesse di offrirle qualcosa. Trentaquattro anni, capelli scuri, quegli occhi nocciola che sembravano sempre intenti a leggere qualcosa che gli altri non avevano ancora capito. Indossava il vestito scuro comprato per il funerale di Carmelo Sellitto, sette giorni prima, quando il patriarca della famiglia più importante di Matera aveva smesso di respirare nel modo tranquillo delle persone che hanno detto tutto ciò che avevano da dire e non hanno più bisogno di niente.

Intorno a lei c’erano i Sellitto. Quattro fratelli, le loro mogli, sette nipoti adulti, quel sistema elaborato di relazioni che le grandi famiglie del Sud portano come struttura portante della propria identità. Nessuno guardava Elda. Non per un’ostilità attiva, ma perché non la vedevano, nel modo in cui non si vedono le cose che si considera ovvio che stiano al loro posto.
Elda era la badante di Carmelo. Lo era stata per cinque anni. Cinque anni di mattine alle sei, di notti sveglia, di medicine somministrate nei tempi giusti, di quella cosa specifica che è essere presenti per qualcuno che sta perdendo pezzi di sé e fare in modo che ogni pezzo rimasto venga trattato con la dignità che merita. Lo aveva fatto nel modo in cui lo fanno le persone che capiscono che quel lavoro non è solo tecnico, è umano, nel senso più concreto del termine.
I Sellitto la consideravano parte del personale. Non nel senso crudele della parola, nel senso distante, quella distanza elaborata che alcune famiglie costruiscono tra sé e chi lavora per loro, quella che non è necessariamente arroganza ma produce gli stessi effetti dell’arroganza. L’avvocato si chiamava Pio Laganà, sessant’anni, quella competenza dei notai di provincia che conoscono ogni famiglia del territorio da tre generazioni e hanno imparato a leggere le stanze prima ancora di aprire bocca. Aprì il fascicolo e cominciò a leggere.
I lasciti alle famiglie dei quattro fratelli erano quelli attesi. Case, quote societarie, terreni, quella distribuzione del patrimonio che Carmelo aveva costruito in settant’anni di lavoro e che i figli si aspettavano da tempo, in quelle conversazioni del tipo “quando papà non ci sarà più” che le famiglie fanno con una combinazione di imbarazzo e aspettativa che nessuno dichiara mai del tutto. Poi Laganà disse: “Residuo del patrimonio liquido, quattrocentottantamila euro, e la proprietà della casa di Rione Casalnuovo, intestati a Elda Quaresima. ”
Il silenzio che seguì non era silenzio nell’assenza di suono.
Era quel tipo specifico di silenzio che è la somma di tutte le cose che le persone stanno pensando contemporaneamente e che nessuna ha ancora deciso di dire. Elda rimase ferma sulla sedia vicino alla porta. Non era sorpresa. Questa fu la cosa che colpì Nando Sellitto, nipote di Carmelo, seduto in terza fila, con quegli occhi scuri che non si capiva mai esattamente cosa stessero guardando.
Trentotto anni, ingegnere civile a Matera dopo anni fuori, aveva quella qualità di chi osserva prima di commentare. Guardò Elda nel momento in cui Laganà lesse il suo nome, e in quel viso, in quegli occhi nocciola che si tenevano fermi sul notaio, vide qualcosa che non era sorpresa. Era qualcosa di più vicino alla conferma. Come chi sente detta una cosa che sapeva già.
Gli zii cominciarono a parlare. Non tutti insieme nel caos, ma con quella sequenza rapida delle famiglie che hanno una gerarchia e la usano anche sotto shock. Il più anziano, Rocco, disse: “Non capisco. ” Il secondo, Beppe, disse: “Deve esserci un errore.
” La moglie di Beppe non disse niente, ma il suo viso disse tutto quello che il suo viso sapeva dire quando voleva dire qualcosa senza dirlo. Laganà aspettò che si quietassero. Aveva quella qualità dei professionisti anziani che sanno quanto tempo ci vuole perché una stanza di quel tipo torni a essere ascoltabile. Poi disse: “Il testamento è stato redatto diciotto mesi fa, verificato da due testimoni e non presenta vizi formali.
Quello che ho letto è la volontà di Carmelo Sellitto. ”
“Perché? ” disse Rocco. Laganà aprì un secondo foglio.
Quello che Carmelo aveva allegato al testamento, quella cosa che non tutti i testatori fanno e che cambia la natura di ciò che viene letto. “Perché il signor Carmelo ha lasciato anche questo. ”
Lessero la lettera. Era la voce di Carmelo, quella voce specifica che Elda conosceva dopo cinque anni, quella che usava quando stava dicendo le cose importanti invece di quelle di conversazione.
Diceva che nei cinque anni in cui Elda si era presa cura di lui, nessuno dei suoi figli era venuto più di una volta al mese. Diceva che nei momenti in cui non riusciva più ad alzarsi dal letto, era lei a sollevarlo, nel senso fisico, con quella forza di chi lo fa davvero, e nel senso che conta di più, con quella presenza di chi non fa finta che stare lì sia un peso. Diceva che gli aveva letto i giornali quando gli occhi non reggevano più, che aveva imparato i nomi dei nipoti che lui le raccontava anche se non li aveva mai conosciuti, che aveva discusso con lui di politica, di storia, di quella Matera che lui amava nel modo specifico di chi ci è nato. Diceva che una persona che ti tratta come una persona merita di essere trattata come una persona.
E che quello che lasciava a Elda era il modo che aveva per dirlo. Quando Laganà finì di leggere, la stanza aveva quella qualità delle stanze in cui è stata detta una verità che cambia la prospettiva di qualcosa. Elda non pianse. Non lo fece davanti a quella stanza piena di Sellitto.
Per orgoglio, nel senso pieno del termine, quello che si costruisce e non quello che si subisce. Quello che sentiva in quel momento era più grande del pianto. Era qualcosa che Carmelo aveva visto per cinque anni e aveva tenuto dentro fino alla fine. E adesso era lì, detto nel modo definitivo delle cose scritte che rimangono dopo che chi le ha scritte non c’è più.
Nando la guardò durante tutta la lettura. Guardò il suo viso, quella compostezza che non era distanza ma la forma esterna di qualcosa di molto più grande che stava succedendo dentro. Guardò le sue mani in grembo, ferme, non strette. Guardò gli occhi nocciola che erano rimasti sul foglio di Laganà, come se ogni parola di quella lettera fosse qualcosa che aveva il diritto di ricevere nel modo completo.
Nel corridoio, dopo che Laganà aveva chiuso il fascicolo e la famiglia si era dispersa con quella tensione compressa delle situazioni che verranno affrontate in privato, Nando trovò Elda vicino alla porta principale. Lei si girò e lo guardò con quella valutazione diretta che aveva. “Nando Sellitto,” disse lui, come se il cognome fosse necessario, come se stesse chiarendo a se stessa in quale categoria mettere quello che stava per succedere. “Ho sentito la lettera di mio nonno.
L’hanno sentita tutti. Alcuni l’hanno sentita nel senso tecnico. Io l’ho sentita nell’altro senso. ”
Elda rimase ferma su quella distinzione.
“Cosa vuole dirmi? ”
“Che mio nonno aveva ragione. ”
“Su cosa? ”
“Su tutto quello che ha scritto.
Ho vissuto a Matera per tre degli ultimi cinque anni. Non sono stato a Milano come i miei zii. Sono passato da lui. Non abbastanza, ma abbastanza da vedere come la trattavano e come lei lo trattava.
C’era una differenza. ”
“Facevo il mio lavoro. ”
“No,” disse Nando. “Faceva quello che fanno le persone che si preoccupano per qualcuno.
Il lavoro è un’altra cosa. ”
Elda rimase ferma su quella risposta per un momento. Poi disse: “Il resto della sua famiglia non la pensa così. ”
“Lo so.
Il resto della mia famiglia ha torto su molte cose. ”
Dal corridoio arrivarono le voci degli zii, quella conversazione compressa che stava già diventando qualcosa di più organizzato, quella qualità delle famiglie che si compattano davanti a ciò che sentono come una minaccia. Elda lo sentì. Nando lo sentì.
“Cosa succederà adesso? ” disse Elda. “Dipende da lei. Se vuole accettare quello che mio nonno le ha lasciato, è un suo diritto.
Il testamento è valido. ”
“I suoi zii non la penseranno così. ”
“No. Impugneranno il testamento, assumeranno avvocati, cercheranno qualsiasi vizio formale possibile.
” Una pausa. “Ma lei ha il suo diritto. E i diritti non dipendono dal consenso di chi non li riconosce. ”
Elda lo guardò per un momento, quello sguardo valutativo che aveva, quello che cercava di capire le intenzioni prima di rispondere.
“Perché me lo dice? ”
“Perché lei dovrebbe saperlo. E perché qualcuno deve dirle le cose nel modo diretto, invece di aspettare che le scopra da sola. ”
Uscì dalla casa Sellitto con quella cosa nel petto che era la somma di cinque anni di lavoro, di una lettera letta in una stanza piena di persone che non la vedevano, e di una frase detta nel corridoio da un uomo che l’aveva guardata nel modo in cui non era abituata a essere guardata.
Matera fuori era quella città. I Sassi, la pietra calcarea, quella bellezza antica che non si scusa di essere antica. Elda la conosceva nel modo in cui si conoscono i posti dove si vive davvero, non la versione turistica. Quella reale, con i vicoli stretti e quella luce specifica che cambia ogni ora.
Camminò verso casa sua, un appartamento in affitto nel rione Piccianello. Piccolo, con una finestra che dava sul vuoto del burrone e sui Sassi di fronte. Non la casa di Casalnuovo che Carmelo le aveva lasciato. Quella non era ancora sua in nessun senso pratico.
Era ancora di Carmelo, nel modo in cui i posti sono ancora di chi non c’è più, finché non si finisce di capire cosa farne. Nei giorni successivi la famiglia Sellitto si mosse con quella velocità delle famiglie che hanno risorse e sanno usarle. Avvocati, consulenze, quella macchina che si mette in moto quando si sente che qualcosa di importante è stato sottratto, anche se quello che era stato sottratto non era mai stato loro davvero. Elda aveva bisogno di un avvocato.
Non aveva i soldi per il migliore. Aveva i risparmi di cinque anni di lavoro, abbastanza per vivere, ma non abbastanza per combattere i Sellitto su un terreno legale che loro conoscevano meglio di lei. Nando la chiamò il quarto giorno. “So che la mia famiglia ha assunto Ferrante,” disse.
“Lo so anch’io. ”
“Ferrante è bravo, ma ha un limite. ”
“Quale? ”
“Non è il migliore in materia successoria.
Il migliore in materia successoria a Matera si chiama Lucia Montemurro. Fa parte dello stesso studio di Laganà. Conosce il testamento di mio nonno dall’interno. ”
“Non posso permettermela.
”
“Non le ho chiesto se può permettersela. Le ho detto chi è. ”
Una pausa. “Nando…”
“Ascoltami.
Montemurro ha una politica di onorario dilazionato per i casi che ritiene solidi. Il caso di mio nonno è solido. Il testamento è impeccabile. Laganà l’ha verificato personalmente.
Parli con lei. ”
“Perché mi stai aiutando? ”
“Perché è la cosa giusta. E perché mio nonno avrebbe voluto che qualcuno lo facesse.
”
Elda andò da Lucia Montemurro. Cinquant’anni, quella competenza specifica di chi conosce il territorio e le sue famiglie da trent’anni. Lesse il testamento, ascoltò Elda. Poi disse: “Il testamento regge.
L’unica strategia che la famiglia può usare è quella della capacità di intendere e di volere al momento della redazione. Ma Carmelo ha redatto il testamento diciotto mesi fa, con due testimoni verificati, e c’è un certificato medico di quel periodo che attesta piena lucidità. ”
“Quindi? ”
“Quindi possono provare.
Ma perderanno. La domanda è quanto vogliono spendere per perdere. ”
Elda rimase ferma su quella risposta. “E io quanto devo spendere?
”
“Meno di loro. Accetta l’accordo di onorario dilazionato. Se vinciamo, e vinceremo, pago dai fondi che le verranno sbloccati. ”
Elda firmò.
Montemurro cominciò a lavorare. La crisi vera, quella che nessuno aveva previsto, arrivò tre settimane dopo. Rocco Sellitto, il più anziano dei fratelli, si presentò alla porta di Elda un giovedì mattina. Non con l’avvocato.
Da solo, con quella qualità delle apparizioni non annunciate che vogliono produrre un effetto specifico. Era un uomo di settant’anni con quella presenza del patriarca che succede al patriarca, quella che non ha ancora capito che il peso che porta non è suo di diritto, ma era di suo padre, e che padre e figlio sono cose diverse anche quando portano lo stesso cognome. Elda aprì la porta e lo guardò senza espressione costruita. “Signor Sellitto.
”
“Posso entrare? ”
“No. ”
Rocco rimase fermo su quella risposta. Non era abituato al no nel senso diretto.
Era abituato al no qualificato, quello accompagnato da spiegazioni, scuse, e quella serie di qualificazioni che rendono il no più morbido per chi lo riceve. “Elda, mio padre era un uomo generoso. E a volte quella generosità lo portava a fare scelte che…”
“Suo padre era un uomo lucido. Lo dice il certificato medico del periodo in cui ha redatto il testamento.
”
“Non intendevo…”
“Signor Sellitto, io ho un avvocato. Se ha qualcosa da dire sulla questione del testamento, lo dica al mio avvocato. ” Una pausa. “Se invece è venuto per dirmi qualcosa di personale, le dico con rispetto che non ho interesse a sentirlo.
”
Rocco rimase sulla soglia per un momento, con quella qualità di chi non sa ancora se quello che sta provando è rabbia o rispetto. Quella combinazione scomoda che si prova quando qualcuno che ci si aspettava di gestire facilmente non si lascia gestire. “Mio padre ti voleva bene,” disse alla fine. “Non nel senso che intende il testamento.
Nel senso di un padre. ”
“Lo so,” disse Elda. “Ci volevo bene anch’io. Per questo ho fatto quello che ho fatto per cinque anni.
Non per quello che ha scritto nel testamento. ”
Rocco la guardò per un momento. “Forse ho sbagliato a venire. ”
“Forse sì.
”
Se ne andò. Elda chiuse la porta e rimase ferma nell’ingresso del suo appartamento. Quella cosa nel petto non era vittoria nel senso trionfale. Era qualcosa di più semplice e più solido.
La certezza di aver detto la cosa giusta nel modo giusto. Chiamò Nando quella sera. Non per strategia. Perché aveva bisogno di dire a qualcuno quello che era successo, e lui era l’unico Sellitto che aveva ragione di chiamare.
Nando ascoltò. Poi disse: “Come stai? ”
“Bene. Stanca.
Le due cose insieme. ”
“Rocco non tornerà. Ha capito che non funziona. ”
“Lo so.
”
Una pausa. “Elda. Posso chiederti una cosa che non riguarda il testamento? ”
“Dipende dalla domanda.
”
“Sapevi che mio nonno ti avrebbe lasciato qualcosa? ”
Elda rimase ferma su quella domanda. Era quella che nessuno le aveva fatto in modo diretto. Tutti avevano assunto o che sapesse o che non sapesse.
Nessuno le aveva chiesto. “Me lo aveva detto,” disse. “Sei mesi prima di morire. Non i dettagli.
Solo che voleva fare qualcosa per me. Gli ho detto che non era necessario. Lui ha detto che necessario o no, era quello che voleva fare. ”
“E hai continuato a lavorare lo stesso.
”
“Non l’ho mai fatto per quello che avrei ricevuto. ”
“Lo so. ” Una pausa. “Per questo ti ha lasciato tutto quello che ti ha lasciato.
”
Quella conversazione continuò per un’ora. Non sul testamento. Su Carmelo. Nando le disse cose che sapeva di suo nonno e che lei non sapeva.
Elda gli disse cose che aveva vissuto con Carmelo e che lui non aveva visto. Costruirono insieme una versione più completa di quell’uomo, quella che nessuno dei due aveva da solo, quella che esisteva solo quando le due prospettive si incontravano. Alla fine Nando disse: “Posso venire a Matera sabato? ”
“Ci abiti a Matera.
”
“Intendo al tuo appartamento. ”
Una pausa più lunga. “Per quale ragione? ”
“Per continuare questa conversazione di persona.
E per portare qualcosa da mangiare. Mio nonno mi ha raccontato che cucini bene. ”
“Ti ha parlato di me? ”
“Ogni volta che venivo a trovarlo.
Diceva che eri quella che faceva il pane nel modo giusto. Quello con il lievito madre, che ci voleva un giorno intero. ”
Elda rimase ferma su quell’informazione per un secondo. Carmelo le aveva parlato dei nipoti ogni settimana per cinque anni.
Non aveva pensato che parlasse di lei ai nipoti. Quell’asimmetria, il modo in cui il legame era stato più grande di quanto sapesse, la colpì in un posto che non si aspettava. “Sabato, va bene,” disse. Arrivò sabato mattina con il pane.
Non quello comprato. Quello fatto, anche se non da lui, perché era una cosa che sapeva di non saper fare. Ma quello di una panetteria di Matera che Carmelo gli aveva indicato anni prima, come quella che faceva il pane nel modo in cui si faceva una volta. Elda aprì la porta, con quella finestra alle sue spalle che dava sui Sassi e sulla luce di ottobre che la rendeva qualcosa di diverso dal solito.
“Ha portato il pane,” disse. “Il tuo tipo di pane. ”
“Almeno così mi ha detto il signor Carmelo. ”
Entrò.
L’appartamento era quello che era. Piccolo, con quella libreria che occupava un’intera parete e quei libri che erano stati i compagni delle notti di guardia. Con quella finestra che era la cosa migliore del posto e che Elda aveva imparato a usare come punto di riferimento quando aveva bisogno di pensare. Nando guardò la libreria prima di qualsiasi altra cosa.
“Hai letto tutto questo? ”
“La maggior parte. Alcuni sono di tuo nonno. ”
“Come mai?
”
“Me li ha regalati. Diceva che i libri devono stare con chi li legge, non nelle librerie dove nessuno li apre. ”
Nando prese in mano un volume: Storia dell’architettura rupestre. Uno di quei testi accademici che sembrano improbabili in un appartamento in affitto.
“Questo lo conosco. Era il suo preferito in quel periodo. ”
“Me lo ha letto ad alta voce tre settimane prima di morire. ”
Nando rimase fermo con quel libro in mano.
Il peso di quelle parole era quello specifico delle cose che dicono qualcosa di definitivo su chi era la persona di cui si parla. “Perché non sei venuta al funerale? Nel posto dove stavi, dico. ”
“C’ero.
In fondo, fuori dalla chiesa. ”
“Era la scelta giusta? ”
“No,” disse Nando. “Era la scelta comoda per tutti tranne che per te.
”
Elda lo guardò. In quel viso, quegli occhi scuri che aveva visto per la prima volta nella sala del testamento, c’era quella cosa che aveva notato subito. Quella qualità di chi dice le cose nel modo in cui sono, invece che nel modo in cui è più facile dirle. “Hai ragione,” disse.
“Lo so di avere ragione. Come so che la mia famiglia ti ha trattata in un modo che non si tratta le persone. E come so che mio nonno l’aveva capito da anni e ha fatto quello che poteva fare. ”
Mangiarono il pane.
Quello con il lievito madre, quello che ci voleva un giorno intero, con l’olio di Matera e un formaggio che Nando aveva portato dalla stessa bottega che usava Carmelo. Parlarono di Carmelo, di Matera, di quello che significava vivere in un posto che il resto del mondo stava scoprendo come destinazione turistica mentre chi ci abitava continuava a viverci nel modo concreto di sempre. “Come mai sei tornato? ” disse Elda.
“A Matera? ”
“Sì. Molti escono e non tornano. Ma quello che faccio funziona qui meglio che altrove.
Il lavoro, l’ingegneria civile, in un posto con questa densità di storia è diverso dall’ingegneria civile in un posto dove la storia è più recente. Ogni intervento deve fare i conti con quello che c’era prima. È più difficile e più interessante. ”
“Come tuo nonno e l’architettura rupestre.
”
Nando la guardò. “Sì. Come lui. ”
La causa andò avanti con quella lentezza necessaria dei procedimenti legali che non si affrettano perché le conseguenze dell’affrettarsi sono peggiori.
Montemurro lavorò con quella competenza precisa che aveva. Ferrante fece quello che poté. E alla fine, quattro mesi dopo la lettura del testamento, il giudice rigettò l’impugnazione. Il testamento di Carmelo Sellitto era valido.
Elda Quaresima era la legittima erede di quattrocentottantamila euro e della casa di Rione Casalnuovo. Il giorno in cui ricevette la comunicazione, Elda era in cucina. Non la cucina di nessun palazzo. Quella del suo appartamento piccolo, quella dove cucinava per sé stessa nel modo in cui le aveva insegnato sua madre, e che Carmelo aveva visto come qualcosa di specifico e prezioso.
Chiamò Nando. “È finita,” disse. “Lo so. Montemurro mi ha detto.
”
“Ti ha detto? ”
“L’ho chiamata stamattina. Volevo sapere come andava. ”
“Perché?
”
“Perché mi importa come va. ”
Una pausa. “Elda, posso dirti una cosa che non riguarda il testamento e non riguarda mio nonno? ”
“Dipende dalla cosa.
”
“Da quando ti ho vista nella sala del testamento, e ho visto il tuo viso quando Laganà ha letto il tuo nome, non la sorpresa ma quella conferma che avevi, ho pensato a te ogni giorno. Non in un modo che mi fa comodo ammettere facilmente. In un modo concreto. ”
Elda rimase ferma su quella frase per un momento.
Poi disse: “E adesso me lo dici. ”
“Sì. ”
“Adesso me lo dici perché è la cosa giusta da fare adesso. ”
“Prima c’era il testamento.
La causa. Tutta quella cosa che sarebbe stato sbagliato mescolare con altro. E adesso non c’è più. ”
“Adesso non c’è più.
”
Elda rimase in silenzio per un momento. Non era un silenzio vuoto. Era pensiero. “Nando.
La tua famiglia sa che mi chiami? ”
“No. E non è rilevante. ”
“Per me lo è.
”
“Perché? ”
“Perché non voglio essere qualcosa che crea problemi nella tua famiglia. Ne ho già creati abbastanza. ”
“Non ne hai creati tu.
Li ha creati il testamento di mio nonno. E la differenza è fondamentale. ”
Elda rimase ferma su quella distinzione. Era precisa nel modo delle distinzioni che cambiano la prospettiva di qualcosa.
“Vieni sabato,” disse. “Con il pane? ”
“Con il pane. Sì.
”
Quello che seguì si costruì nel modo in cui si costruiscono le cose quando le persone coinvolte sanno entrambe che quello che stanno costruendo non è semplice, ma vale la pena che non sia semplice. Non era una storia senza storia. C’era il testamento, c’era la famiglia, c’era tutta quella complessità specifica. Ma era reale nel modo che conta.
I sabati con il pane diventarono abitudine. Le serate in cui Nando passava dopo il lavoro diventarono abitudine. Quelle conversazioni che cominciavano su Carmelo e finivano su loro diventarono la cosa che entrambi aspettavano senza dirlo apertamente. Non per paura.
Per quella qualità delle cose che non hanno bisogno di essere dichiarate perché sono già visibili. La casa di Casalnuovo, quella che Carmelo le aveva lasciato, diventò reale il giorno in cui Elda ricevette le chiavi da Montemurro. Andò lì da sola quella prima volta, con quella qualità delle mattine in cui si fa qualcosa di importante senza testimoni. Aprì la porta.
Entrò. Era una casa di Matera. Quella pietra che è sia dentro che fuori, quelle finestre che danno sui Sassi dall’altro lato, e quella luce che entrò quando aprì le persiane nel modo in cui la luce di Matera entra quando trova lo spazio. Carmelo ci aveva vissuto quarant’anni.
Aveva quelle tracce di chi c’è stato davvero: la libreria nel corridoio, le fotografie che nessuno aveva ancora tolto, quella cucina dove le aveva insegnato a fare il sugo nel modo in cui si faceva in Basilicata. Si sedette al tavolo della cucina. Rimase lì per un tempo che non misurò. Poi chiamò Nando.
“Sono in casa,” disse. “La casa di mio nonno. La mia casa. ”
Una pausa.
“Sì,” disse Nando. “La tua casa. ”
“Vieni a vederla quando vuoi. ”
“Adesso sono in macchina.
Dieci minuti. ”
Arrivò in dodici. Elda aprì la porta con quella cosa nel viso che non era facilmente classificabile. Non felicità nel senso semplice.
Era qualcosa di più stratificato, che includeva il presente e i cinque anni prima e Carmelo e quella lettera letta in quella stanza e tutto quello che c’era stato nel mezzo. Entrò. Guardò la casa nel modo in cui la guardava Elda. Non come qualcuno che la conosce già.
Come qualcuno che la sta conoscendo per la prima volta attraverso gli occhi di lei. Guardò la libreria, le fotografie, la cucina. “Ci venivo da bambino,” disse. “Mio nonno mi insegnava a giocare a carte su quel tavolo.
”
“Me l’aveva detto. ”
“Te l’aveva detto? ”
“Mi aveva detto che eri quello che barava e poi fingeva di non farlo. ”
Nando la guardò.
“Ti aveva detto questo? ”
“Ogni nipote aveva una storia. Te la raccontava con quella voce che aveva quando gli piaceva una cosa. ”
“Quale voce?
”
“Quella con quel tono in più. Come quando stava per dirmi qualcosa che trovava divertente. ”
Nando rimase fermo su quella descrizione. Quella voce specifica che lei riconosceva e che diceva qualcosa di preciso su quanto Carmelo fosse stato presente in quegli ultimi anni di una vita.
Poi disse: “Elda. C’è qualcosa che voglio dirti in questa casa. ”
“Dimmi. ”
“Quello che mio nonno ha fatto con il testamento non è stato solo un gesto verso di te.
Era anche un gesto verso di me. Perché sapeva che se avesse lasciato le cose come stavano, io avrei continuato a non fare quello che avrei dovuto fare. Ti avrei vista in quella stanza come qualcuno che stava fuori dalla mia vita, invece che qualcuno che poteva starci dentro. Il testamento ha rotto quella distanza in un modo che nessuna mia scelta avrebbe potuto rompere da sola.
”
Elda rimase ferma su quella interpretazione. Era diversa da quella che aveva fatto lei, quella che aveva tenuto per mesi, quella in cui il testamento era un atto di giustizia di Carmelo verso di lei. Quella di Nando aggiungeva qualcosa che non aveva considerato. “Pensi che lo sapesse?
” disse. “Credo che mio nonno sapesse molte cose che non diceva direttamente. ”
“Sì,” disse Elda. “Era così.
”
Rimasero in quella cucina. Quella di Carmelo. Quella sua. Quella di quella casa che adesso era sua nel senso legale e stava diventando sua nel senso vero.
La luce di Matera fuori dalla finestra aveva quella qualità del pomeriggio di novembre che rende i Sassi qualcosa di ancora più antico di quello che sono già. La proposta di matrimonio arrivò sei mesi dopo. Non in quella cucina, anche se avrebbe potuto. Arrivò in cima a uno dei Sassi, in uno di quei percorsi che Nando faceva la domenica e a cui aveva cominciato a portare Elda, perché lei conosceva Matera nel modo pratico ma non in quello fisico, quello delle salite e delle pietre e di quelle viste che non si vedono dalla strada.
Erano in cima con Matera sotto. Quella città che è simultaneamente nel passato e nel presente, quella che chiunque guarda da quel punto capisce di non aver mai visto completamente prima. Nando si girò verso di lei. Non nel modo dei gesti elaborati.
Nel modo diretto che aveva. “Vuoi sposarmi? ”
Elda lo guardò. Non con la sorpresa costruita.
Con quella cosa vera che si vede quando qualcuno riceve qualcosa di importante e lo riceve nel modo pieno. “In questa città,” disse. “In questa vita. ”
“Con te.
”
“Con me. ”
Elda guardò Matera sotto. I Sassi. La pietra.
Quella bellezza che non si scusa di niente. Poi guardò Nando. “Sì,” disse. Il matrimonio fu la primavera successiva.
Aprile. Matera, quella luce che il Sud ha in quel mese e che trasforma ogni cosa in qualcosa di più vivo. Non nella chiesa dove si facevano i matrimoni dei Sellitto. In una piccola chiesa nei Sassi che Elda aveva sempre trovato la più onesta delle chiese di Matera, quella che non aveva bisogno di essere grande per dire quello che doveva dire.
I Sellitto erano presenti. Non tutti. Non con quel calore delle famiglie che hanno risolto tutto. Ma presenti, nel modo delle persone che stanno imparando a stare in una situazione che non avevano scelto e che stanno cominciando a capire.
Rocco arrivò con quella qualità diversa che aveva da quando era andato alla porta di Elda e lei non lo aveva lasciato entrare. Quella di chi ha capito qualcosa che non avrebbe voluto capire e sta cercando di farne qualcosa di utile. Montemurro era tra gli invitati. Non come avvocato.
Come persona. Aveva detto a Elda durante uno degli ultimi incontri: “Tu sai scegliere le persone. ” Elda aveva detto: “Anche io. ”
Carmelo non c’era.
Questa era la cosa che stava sotto tutto, quella assenza specifica che le grandi assenze lasciano. Ma c’era la sua lettera. Quella che Laganà aveva letto nella sala grande, quella che aveva cambiato la direzione di quella stanza e di tutto quello che era venuto dopo. Elda la portava con sé.
Non nel senso fisico. Nel senso in cui alcune cose si portano. Nando la guardò arrivare con quella cosa negli occhi che le persone presenti quel giorno descrissero nei modi più diversi, ma che era la stessa cosa: qualcuno che vede esattamente quello che voleva vedere. “La cenerentola della famiglia,” avevano pensato alcuni.
Come se stare in un posto senza essere visti significasse non valere niente. Come se il lavoro silenzioso e la cura concreta non dicessero qualcosa di più preciso sul valore di una persona di qualsiasi dichiarazione pubblica. Carmelo lo aveva capito per cinque anni. Il testamento lo aveva detto a una stanza piena di persone che non lo avevano capito ancora.
Adesso lo capivano. Le persone che fanno le cose nel modo giusto, senza aspettare che qualcuno le guardi fare, non lo fanno per essere viste. Lo fanno perché è il modo giusto. E a volte, non sempre, ma a volte qualcuno le vede lo stesso.
E quando le vede, vede tutto.