Quando Romualdo Tagliaferri, quarantadue anni, terzo erede del gruppo armatoriale di Ortona, cominciò a sospettare che la nuova governante stesse rubando dalla cassaforte di suo nonno, fece installare otto telecamere nascoste nelle stanze in cui la donna lavorava. Quattro giorni dopo si chiuse nello studio convinto di trovare le prove del furto. Invece vide una scena che lo lasciò seduto davanti al monitor per due ore, senza muoversi. Mirella Sgarbossa, ventinove anni, non aveva rubato nulla.

Aveva fatto qualcosa di così diverso da ciò che lui aveva immaginato che quando spense il computer capì due cose insieme: le doveva delle scuse e si era innamorato della donna sbagliata nel momento sbagliato della propria vita. La villa Tagliaferri sorgeva su un promontorio battuto dal vento sopra Ortona, quaranta stanze, due piani, un giardino di limoni che scendeva fino alla scogliera. Romualdo vi era nato e cresciuto. Dopo dodici anni a Milano, dove aveva diretto la sede operativa del gruppo, era tornato sei mesi prima per occuparsi del nonno malato.
Il nonno era morto da tre mesi quando la storia ebbe inizio. La villa era rimasta vuota, troppo grande per un uomo solo, e il vecchio maggiordomo Sebastiano, sessantotto anni e le ginocchia stanche, aveva insistito perché si assumesse una governante stabile. Mirella arrivò una mattina di settembre. Era stata segnalata da una vecchia amica di famiglia, una signora di Vasto che aveva conosciuto sua madre anni prima.
La ragazza era nata a Lanciano, aveva perso entrambi i genitori in un incidente stradale quando ne aveva diciannove, e da allora si era mantenuta facendo le pulizie nelle case dei benestanti della costa adriatica. Sei famiglie in dieci anni, tutte con referenze impeccabili. Quando Sebastiano la introdusse nello studio, Romualdo alzò gli occhi dal computer solo per qualche secondo. Vide una ragazza minuta, capelli castani raccolti in una coda bassa, occhi neri intensi, abito grigio di lavoro.
Le tese la mano. Lei strinse la sua con una forza che lui non si aspettava da una persona di quella corporatura. Benvenuta nella villa, signorina Sgarbossa. Grazie, signor Tagliaferri.
Non aggiunsero altro. Lui tornò ai suoi schermi, lei uscì in silenzio. Quella sera Romualdo non avrebbe saputo descrivere il colore dei suoi occhi. Non l’aveva guardata abbastanza a lungo.
Per le prime due settimane Mirella lavorò con una discrezione che lui notò soltanto perché non la notava mai. Le stanze erano in ordine, i pasti arrivavano puntuali, la biancheria era piegata, il giardino di limoni veniva annaffiato la sera. La macchina del caffè, che Romualdo aveva il vizio di lasciare accesa fino a tardi, era spenta quando lui scendeva al mattino. Nessun rumore, nessuna interferenza.
Una presenza che si sentiva soltanto dalla qualità della casa, non dalla persona. Poi cominciarono i piccoli segnali che, a un occhio sospettoso, sembrarono qualcosa di diverso. Una mattina Romualdo notò che la chiave della cassaforte del nonno, custodita dentro un libro di Leopardi in biblioteca, era stata spostata di mezzo centimetro. Conosceva quel libro a memoria, la rimise al posto giusto e non disse nulla.
Tre giorni dopo una bottiglia di vino del 1992, che il nonno teneva in cantina come reliquia personale, risultò spostata su uno scaffale diverso. Una settimana dopo una piccola scatola di velluto con i gemelli del bisnonno, conservata in un cassetto chiuso a chiave dello studio, fu trovata leggermente disallineata. Il cassetto era stato aperto. Le chiavi erano in tre punti della casa, noti soltanto a lui e a Sebastiano.
E Sebastiano non aveva alcuna ragione di toccare i gemelli. Romualdo era un uomo che diffidava per addestramento. Dodici anni di gestione di un gruppo armatoriale gli avevano insegnato che il danno entra in azienda sempre dalle persone che sembrano meno pericolose. La sua storica segretaria a Milano gli aveva sottratto trecentomila euro in due anni mostrando un sorriso impeccabile ogni mattina.
Da allora non si fidava di nessuno per istinto. E il suo istinto, mentre osservava la chiave rimessa al posto giusto, gli diceva una cosa sola: la ragazza nuova sta perlustrando la casa per capire cosa rubare. Non disse niente a nessuno. Chiamò una ditta di sicurezza di Pescara e fece installare otto telecamere miniaturizzate nelle stanze in cui Mirella lavorava di più: lo studio, la biblioteca, la cantina, il corridoio della cassaforte, la cucina, la sala da pranzo, la lavanderia e il pianerottolo del primo piano.
Le telecamere registravano ventiquattro ore su ventiquattro su un server collegato al suo computer personale. La ditta gli garantì che erano invisibili, nascoste dentro libri finti, dentro un termostato, dentro la cornice di un quadro e dentro una vecchia radio degli anni Sessanta. La sera in cui le telecamere furono attive, Romualdo cenò da solo come sempre. Mirella servì un brodetto di pesce alla vastese, gli versò un bicchiere di Trebbiano e si ritirò.
Lui mangiò guardando il mare scuro oltre la vetrata. Sotto la cordialità formale delle ultime due settimane sentiva la convinzione che entro quattro giorni avrebbe avuto fra le mani le prove per licenziarla e, se necessario, denunciarla. Aspettò novantasei ore prima di rivedere le registrazioni. Le voleva lunghe, voleva un campione ampio, voleva scegliere i momenti più rivelatori.
La sera del quarto giorno mandò Sebastiano a riposare presto, si chiuse nello studio, si versò due dita di amaro, accese il computer e cominciò a scorrere i video accelerati. La prima ora mostrò esattamente ciò che si aspettava. Mirella che spolverava i libri della biblioteca. Mirella che lucidava il parquet della sala da pranzo.
Mirella che cucinava con movimenti rapidi ed economici. Mirella che faceva il bucato in lavanderia. Nessun gesto sospetto, nessuno sguardo verso la cassaforte, nessun avvicinamento ai gemelli. Romualdo scese al video del terzo giorno.
Mezzogiorno, la cucina. Mirella aveva lasciato il suo pranzo sulla credenza sotto un coperchio di vetro, come da istruzioni. Sullo schermo lui si vide entrare, prendere il piatto, sedersi al tavolo e mangiare con una mano mentre con l’altra scriveva su un tablet. Mirella era nella stanza accanto, a stirare le sue camicie.
A un certo punto si fermò, sollevò una camicia bianca di cotone egiziano e la portò verso la finestra. La esaminò controluce. Sul colletto, all’altezza interna del bavero, c’era una piccola macchia gialla, di quelle che il sudore lascia poco a poco e che le lavanderie professionali non riescono a togliere. Mirella restò un istante a fissarla, poi posò il ferro, andò alla credenza dei prodotti, prese un piccolo barattolo di vetro che Romualdo non riconobbe, immerse un cotton fioc e cominciò a tamponare la macchia con una pazienza che si misurava in millimetri.
Ci mise quaranta minuti su una sola camicia. Quando ebbe finito riguardò il colletto controluce, sorrise leggermente e ripose la camicia stirata fra le altre. Romualdo mandò indietro il video e lo guardò una seconda volta. Quaranta minuti per una macchia di un centimetro, su una camicia di un uomo che non l’avrebbe mai ringraziata, su un colletto che lui stesso non avrebbe mai notato.
Andò avanti. Il filmato della biblioteca, sera del secondo giorno. Mirella stava sistemando i libri. Aprì un volume di Leopardi e la chiave della cassaforte cadde dalle pagine.
Lei si chinò, la raccolse, la guardò, si guardò intorno anche se nessuno la vedeva. Rimise la chiave dentro il libro, nella stessa pagina, richiuse il volume e lo ripose sullo scaffale. Poi si avvicinò alla cassaforte e la sfiorò con una mano. Romualdo irrigidì le spalle davanti al monitor.
Aspettava. Lei non aprì la cassaforte. Tirò invece un piccolo straccio dalla tasca del grembiule e si mise a lucidare la maniglia di ottone, visibilmente opaca per anni di mancata cura. Lucidò per dieci minuti, fino a quando la maniglia tornò a brillare come al tempo del nonno.
Poi rimise lo straccio in tasca e tornò a sistemare i libri. Mezzo centimetro più in là di dove l’aveva trovata. Ecco perché la chiave si era mossa. Era stata raccolta dal pavimento e rimessa al suo posto da una persona che non sapeva esattamente da dove era caduta.
Il filmato della cantina. Mirella era scesa con uno straccio e una bottiglia di olio per il legno. Si era inginocchiata davanti agli scaffali più bassi e aveva cominciato a passare lo straccio con un movimento lento, quasi tenero. A un certo punto aveva tirato fuori una bottiglia per pulire dietro.
Era il 1992. L’aveva tenuta fra le mani, ne aveva letto l’etichetta, l’aveva sollevata come per immaginarne il peso, e poi l’aveva riposta su uno scaffale ad altezza occhi, perché non aveva saputo riconoscere quello d’origine. Ecco la bottiglia spostata. Niente di più.
Nello studio, sera del terzo giorno, Mirella aveva spostato il portagioie con i gemelli del bisnonno per pulire sotto, e l’aveva rimesso al suo posto sbagliando di pochi millimetri. La scatola di velluto era stata spostata soltanto per spolverare il mobile. Poi arrivarono le scene che lo lasciarono seduto davanti al monitor senza forza nelle braccia. Sebastiano, il vecchio maggiordomo, aveva una bronchite cronica e ogni sera saliva al piano della servitù trascinando una gamba.
Mirella ogni sera lo aspettava nel corridoio con una tazza di latte caldo al miele. Gliela porgeva senza dire nulla, come una cosa che si fa con naturalezza, e lui la ringraziava con un cenno appena percettibile. Romualdo non aveva mai saputo che Sebastiano bevesse latte al miele prima di dormire. Non sapeva neppure che avesse la bronchite.
Lo scoprì guardando le telecamere della propria casa. Una notte, alle due e mezza, la telecamera del primo piano mostrò una scena che non avrebbe mai immaginato. Lui stesso, in vestaglia, era uscito dalla camera da letto in evidente confusione. Aveva camminato lungo il corridoio reggendosi alla parete, era arrivato alla porta della biblioteca, aveva tentato di aprirla, era tornato indietro e si era seduto sul gradino della scala.
La voce era impastata, come quella di un uomo a metà fra il sonno e una vecchia ferita. Stava parlando con qualcuno che non c’era. Stava parlando con suo nonno, lo ringraziava di qualcosa e poi gli chiedeva perdono per qualcos’altro. Romualdo riconobbe quella notte.
Era stata la notte di un mese prima in cui aveva bevuto troppo, perché aveva ricevuto la lettera dell’avvocato sui beni del nonno e aveva pianto da solo per la prima volta dopo il funerale. Si era addormentato sul gradino da solo, o così aveva creduto. Sul filmato Mirella apparve dieci minuti dopo, in camicia da notte e maglione di lana. Doveva aver sentito qualcosa dal piano della servitù.
Si era avvicinata, si era inginocchiata accanto a lui, non aveva detto nulla, gli aveva passato una mano sul capo una sola volta, come si fa con un bambino. Poi era andata a prendere un cuscino dalla biblioteca, glielo aveva messo sotto la testa, gli aveva tolto le pantofole, gli aveva coperto le gambe con un plaid. Si era seduta sul gradino accanto a lui ed era rimasta lì fino alle cinque del mattino, sveglia, a vegliare il sonno di un uomo che non sapeva di essere vegliato. Quando aveva sentito i rumori di Sebastiano che si alzava, era andata via, aveva ripiegato il plaid e lo aveva nascosto sotto un mobile.
Nessuno, il mattino dopo, aveva capito perché Romualdo si fosse svegliato sul gradino con la testa su un cuscino che non ricordava di aver preso. Romualdo chiuse il computer, spense la luce dello studio e restò seduto al buio per quasi due ore. Le persone che vediamo ogni giorno, pensò, compiono accanto a noi atti di una delicatezza che non sospettiamo nemmeno. E noi possiamo passarci accanto ciechi, convinti di sapere chi abbiamo davanti, mentre non sappiamo nulla.
La nostra cecità non è ignoranza, è pregiudizio. Pregiudizio di classe, pregiudizio di ruolo, pregiudizio dell’uomo che governa contro la donna che serve. Lui aveva guardato Mirella per due settimane con gli occhi del padrone e aveva visto soltanto una possibile ladra. Le telecamere non gli avevano mostrato la verità.
Gli avevano mostrato semplicemente ciò che lui si era rifiutato di vedere a occhio nudo. Si alzò. Erano le quattro del mattino. Salì le scale, andò al piano della servitù, si fermò davanti alla porta della stanza di Mirella.
Stava per bussare, poi si trattenne. Una donna come Mirella non meritava di essere svegliata alle quattro del mattino da un uomo confuso che voleva scusarsi per averla sorvegliata di nascosto. Decise che le avrebbe parlato nel modo giusto, al momento giusto. Ma intanto avrebbe smontato le telecamere il giorno stesso.
Quella casa non meritava di essere spiata, e meno di tutti meritava di essere spiata la persona che la teneva insieme. La mattina dopo chiamò la ditta di Pescara e fece smontare tutte e otto le telecamere. Il lavoro finì entro mezzogiorno. Quando Mirella servì il pranzo nel patio, Romualdo le chiese di sedersi un momento.
Lei restò in piedi, confusa, come una persona a cui non si è mai chiesto di sedersi al tavolo del padrone. La prego, signorina Sgarbossa. Le devo un caffè. Lei si sedette sull’orlo della sedia.
Sebastiano, dalla finestra della cucina, fece un piccolo cenno della testa, come uno che capisce che qualcosa sta cambiando, ma non sa ancora che cosa. Le chiedo una cosa, disse Romualdo. Quanto si fida di un padrone che non si fida di lei? Lei alzò gli occhi.
Per la prima volta da quando si conoscevano, lo guardò davvero in faccia. Aveva occhi neri, molto profondi, e una piccola cicatrice sul sopracciglio destro. Non capisco la domanda, signor Tagliaferri. Le sto dicendo che in queste ultime due settimane ho creduto che lei stesse rubando nella mia casa.
Le sto dicendo che ho fatto installare otto telecamere nascoste per dimostrarlo. E le sto chiedendo di perdonarmi. Lei abbassò gli occhi sul caffè che lui le aveva versato. Non lo aveva ancora toccato.
Le mani le tremavano leggermente, ma il viso restava composto. Lo immaginavo, disse soltanto. Immaginava cosa? Le telecamere.
Non queste, altre. Sono dieci anni che lavoro come governante. La prima settimana di ogni nuovo posto, in tutte le case in cui sono stata, qualcuno mi sorveglia. A volte di nascosto, a volte apertamente.
Una signora di Pescara aveva chiamato persino una guardia privata che restava in salotto a leggere il giornale mentre io pulivo. È normale. La gente come voi non si fida della gente come noi. Lo capisco, non me ne sono mai offesa.
Non è normale. Non lo è. Lo è per noi, signore. Non per voi.
Lui non seppe che cosa rispondere. Lei prese il caffè, ne bevve un piccolo sorso e lo posò. Posso chiederle io una cosa adesso, signor Tagliaferri? Certo.
Cosa ha visto sulle telecamere? Lui sorrise di lato, un sorriso amaro che non faceva da molto tempo. Ho visto una donna che mi ha messo un cuscino sotto la testa una notte di un mese fa e che è rimasta sveglia tre ore su un gradino per vegliarmi senza chiedere niente in cambio. Lei arrossì.
Non avrei dovuto. Era fuori dal mio compito. Era esattamente dentro il suo compito. Solo che il suo compito non era quello che pensavo io.
Lei sollevò la tazza, ne bevve un altro sorso. La mano le tremava un po’ meno. Signor Tagliaferri, devo dirle una cosa anch’io. Mio padre, prima di morire, lavorava in una piccola fabbrica di Lanciano.
Una sera il suo padrone lo accusò di aver rubato un trapano, davanti agli altri operai. Mio padre giurò che non era vero, ma il padrone lo licenziò sul posto. Quattro mesi dopo ritrovarono il trapano sotto un bancale, era stato lì tutto il tempo. Mio padre non fu mai richiamato.
Non trovò più un lavoro stabile. Morì tre anni dopo in quell’incidente con mia madre sulla statale per Vasto. Mia madre era con lui perché lo stava accompagnando a un colloquio in una piccola officina. Per anni ho odiato gli uomini ricchi.
Ho lavorato per loro perché non avevo scelta, ma li ho odiati. Poi un giorno ho capito che non sono i ricchi a fare il male. Sono coloro che decidono di credere alla peggiore versione di una persona prima ancora di averla guardata. E quegli uomini esistono in tutte le classi sociali.
Per questo, quando lei oggi mi dice di non essersi fidato di me, io non la odio. Non riesco più a odiare nessuno per quel motivo. Le dico solo questo: la prossima volta che assumerà una persona, le risparmi le telecamere. Le faccia un caffè il primo giorno, come oggi.
La guardi negli occhi. Le chieda da dove viene. La metà delle persone che sospetterà nella vita non sono ladri. Sono soltanto poveri.
E la povertà non è un crimine. Romualdo non riuscì a parlare per un lungo tratto. Era stato preparato a una scena di rabbia, o di pianto, o di dimissioni. Si trovava davanti a una lezione di umanità detta da una ragazza che faceva le pulizie nella sua villa.
E quella lezione valeva tutte le riunioni del consiglio di amministrazione che aveva sostenuto in dodici anni a Milano. Non se ne vada, disse. Non vado da nessuna parte, signor Tagliaferri. Ho firmato un contratto, lo rispetterò fino alla fine.
Se poi vorrà rinnovarmelo, deciderà lei. Le rinnoverò il contratto. Domani, se vuole. A tempo indeterminato.
Lei sorrise. Era il primo sorriso vero che lui le vedeva fare. Ho già un contratto a tempo determinato. Me lo proponga fra sei mesi, se vorrà ancora.
La gente come voi cambia idea in fretta. La gente come me ha imparato a rispettare i tempi. Si alzò e tornò in cucina. La giornata proseguì come tutte le altre, salvo che per la prima volta in due settimane Romualdo capì il colore dei suoi occhi.
Erano neri, ma con piccole macchioline nocciola intorno alle pupille. Da quel pranzo nel patio qualcosa cominciò a cambiare nella villa, lentamente, senza che nessuno dei due lo dichiarasse. Romualdo cominciò a scendere a colazione vestito e non in vestaglia. Mirella cominciò a sorridere quando portava i piatti.
Sebastiano notò entrambe le cose e non disse nulla, ma la sera si versò un dito di amaretto e brindò a sé stesso. Una sera d’ottobre Romualdo le chiese se sapeva cucinare la pizza alla bevanese, una ricetta del nonno che lui aveva mangiato l’ultima volta a dieci anni. Lei disse di no, ma si offrì di provarci se lui le procurava la ricetta. Lui passò due ore a frugare nei vecchi quaderni di cucina e alla fine la trovò in un quaderno di sua madre.
Mirella la preparò con un’attenzione ai dettagli che lui non aveva mai visto. Quando l’assaggiò, sentì un nodo alla gola. Era esattamente la pizza di sua madre, una donna che aveva perso a sette anni. Non l’ho imparata, disse Mirella.
L’ho seguita. Sono cose diverse. La gente come me segue, la gente come voi inventa. Dopo quella sera cominciò a chiederle altre cose.
Le chiese di rivedere il quaderno di sua madre per ricostruire i menù delle domeniche d’infanzia. Le chiese di provare il timballo, il chitarrino al sugo, le pallotte cacio e ova. Le chiese di accompagnarlo al mercato del pesce, perché lei aveva un occhio per riconoscere le triglie fresche che a lui mancava. La prima volta che lo accompagnò fu una scena strana, una governante con il padrone fra le bancarelle, e qualche pescivendolo li guardò male.
Mirella non se ne accorse, o finse di non accorgersene. Romualdo se ne accorse e capì due cose: che lui se ne vergognava, e che lei era abituata. Una sera di novembre piovve sulla costa adriatica. Sebastiano era andato a Pescara dal medico.
Mirella aveva finito di cenare in cucina e stava per salire al piano della servitù, quando Romualdo dallo studio le chiese se voleva un bicchiere di vino prima di dormire. Lei esitò, poi disse di sì. Si sedettero davanti al caminetto e per la prima volta non parlarono di lavoro. Parlarono di Lanciano, dei suoi genitori, dell’incidente.
Parlarono di Milano, della vita di lui prima del ritorno. Parlarono di un viaggio che lei aveva sempre sognato di fare a Madrid, perché uno zio paterno ci aveva vissuto negli anni Settanta e le aveva spedito cartoline ogni settimana fino ai suoi undici anni. Parlarono per tre ore. Quando lei si alzò per andare a dormire, lui le disse che i quattro giorni di registrazioni non li aveva cancellati subito.
Li aveva conservati, perché voleva cancellarli alla sua presenza, in modo che lei vedesse con i propri occhi che era finita. Lei annuì. Andarono nello studio. Lui le mostrò le otto cartelle, una per una, e le chiese se voleva vederle.
No, signor Tagliaferri. Mi basta sapere che le ha avute e che adesso decide di non averle più. Lui premette il tasto. Le cartelle scomparvero.
Le mostrò anche il cestino svuotato. Lei sorrise di un sorriso piccolo. Grazie, disse. Sono io che devo ringraziare, rispose lui.
Restarono in piedi davanti allo schermo nero. Lei stava per uscire, quando lui le disse senza pensarci troppo, perché se ci avesse pensato non l’avrebbe detto. Mirella, le piacerebbe una di queste sere cenare con me? Non come governante.
Come Mirella. Glielo chiedo non come padrone, glielo chiedo come Romualdo. Lei si voltò e lo guardò a lungo. Lui aveva quasi quarant’anni e non l’aveva mai chiesto a nessuna.
Le sue ex erano state donne di società, presentate da amici, donne che sapevano già da prima cosa volere da un uomo come lui. Quella sera, davanti a una governante di Lanciano, si sentì timido come a ventidue anni. Mirella rispose lentamente. Signor Tagliaferri, la risposta è no.
Lui annuì e stava per scusarsi, ma lei alzò una mano per fermarlo. Non è no per sempre. È no perché adesso, se accetto, lo faccio dentro questa casa, dentro il mio contratto, dentro la mia stanza al piano della servitù. Non sarei più la sua governante e non sarei ancora la sua amica.
Sarei una persona sospesa. Non ho mai vissuto sospesa. Il mio contratto scade il quindici aprile, mancano cinque mesi. Se al quindici aprile lei me lo proporrà ancora, e se io sarò libera senza contratto e senza grembiule, allora la risposta sarà diversa.
Non le posso garantire quale sarà. Le posso garantire soltanto che sarà la mia, non quella di una governante che dice di sì al proprio padrone. Lui ci pensò un istante, poi tese la mano. Lei la strinse.
Si diedero appuntamento al quindici aprile come si stringono i grandi affari della vita, con una stretta sola. I cinque mesi passarono. Mirella continuò il suo lavoro come prima, con la stessa discrezione, lo stesso rispetto. Ma fra loro qualcosa era cambiato.
La distanza professionale era rispettata, ma sotto la distanza scorreva un filo che entrambi sentivano. Romualdo, al consiglio di amministrazione di Pescara, prese decisioni più equilibrate, concesse aumenti ai mozzi delle navi, promosse un giovane ingegnere napoletano che era stato a lungo trascurato. Una sera Sebastiano gli disse: lei è diverso, suo nonno sarebbe contento. E Romualdo rispose che suo nonno gli avrebbe detto di smettere di guardare il mondo come se gli appartenesse.
A febbraio Mirella ricevette una telefonata da un’amica di Lanciano. La signora di Pescara per cui aveva lavorato anni prima aveva avuto un ictus ed era sola in ospedale. Mirella prese due giorni di permesso e andò. Restò due notti a vegliarla, sostituendo l’infermiera nei turni.
Quando Romualdo lo seppe da Sebastiano, capì che Mirella non smetteva mai di servire non perché fosse il suo ruolo, ma perché era la sua natura. Servire era il suo modo di amare il mondo. Il quindici aprile arrivò di mercoledì. Mirella aveva preparato la valigia il martedì sera, perché il contratto scadeva alle undici e cinquantanove di quel mercoledì e lei sarebbe partita per Lanciano il giovedì mattina con il primo autobus.
Sebastiano sapeva, Romualdo sapeva. Nessuno ne aveva parlato per giorni. La giornata trascorse normalmente. Mirella pulì le stanze come sempre, Romualdo lavorò nello studio come sempre.
A cena Mirella servì un brodetto di pesce alla vastese identico a quello del primo giorno. Quando portò via i piatti, lui le disse di raggiungerlo sul patio fra dieci minuti, se voleva. Lei arrivò indossando un abito blu scuro, sobrio, che lui non le aveva mai visto. Si era sciolta i capelli per la prima volta da quando lavorava in quella villa.
Era bellissima nel modo in cui sono belle le donne che hanno smesso di scusarsi del proprio aspetto. Romualdo si alzò dalla poltrona. Sotto il braccio teneva un piccolo astuccio di velluto. Mirella, sono passati cinque mesi.
Il contratto è scaduto. Non sono più il suo padrone e lei non è più la mia governante. Siamo due persone su un patio davanti al mare, e una di queste due persone vorrebbe chiedere all’altra una cosa che non avrebbe avuto il diritto di chiederle cinque mesi fa. Me la chieda.
Vuole cenare con me domani sera a Pescara, in un ristorante che ho prenotato sul lungomare? Da Pescara possiamo decidere insieme dove andare. Possiamo andare a Lanciano a salutare i suoi parenti. Possiamo andare a Madrid, a vedere le strade di suo zio.
Possiamo restare qui. Non le sto chiedendo di sposarmi. Le sto chiedendo soltanto di iniziare. Le sto chiedendo di scegliermi senza grembiule, come mi disse cinque mesi fa.
Lei sorrise. Era il sorriso più ampio che gli avesse mai mostrato. Romualdo. La risposta è sì.
Cena a Pescara. Vedremo poi. Fu la prima volta che lo chiamò per nome. Lui sentì il proprio nome arrivargli addosso come un’onda di mare.
Le porse l’astuccio. Questo non è un anello. Le do la mia parola, è un’altra cosa. Lei lo aprì.
Dentro c’era una piccola chiave di ottone, la chiave della cassaforte del nonno, quella nascosta dentro Leopardi. Era stata lucidata e attaccata a una catenina sottile. Mirella, lei un anno fa pensò di aver toccato qualcosa che non doveva toccare e si comportò con una dignità che ho impiegato mesi a capire. Le restituisco questa chiave perché lei sappia che da oggi in questa villa nulla è chiuso per lei.
La cassaforte è aperta, i miei libri sono aperti, la mia vita è aperta. Decida lei se vorrà entrare o no. Lei prese la chiave, la strinse nel palmo, si avvicinò e gli mise una mano sul braccio. Romualdo, io non entro nelle case.
Io le riempio. È diverso. Lo abbracciò. Fu un abbraccio breve, asciutto, ma fu il primo.
Lui chiuse gli occhi e capì che quaranta stanze, da quel momento, non erano più troppe per due persone. Erano appena sufficienti. Sebastiano li vide dalla finestra della cucina e si versò un secondo dito di amaretto. Bevve per Romualdo, per Mirella e per sé stesso, perché aveva sessantotto anni e aveva avuto il privilegio di assistere a una piccola storia di giustizia umana proprio negli ultimi anni della propria vita.
Sono passati due anni da quella notte d’aprile. Mirella e Romualdo vivono ancora nella villa di Ortona. Si sono sposati l’estate scorsa in una piccola chiesa di Lanciano, davanti a venti invitati, con Sebastiano in prima fila nella sua giacca buona, stirata da Mirella stessa la sera prima. Hanno fondato insieme un’associazione che si chiama Le mani che sanno e che offre formazione e contratti regolari a donne in difficoltà che vogliono lavorare come governanti, badanti, custodi.
Il primo articolo del regolamento, scritto da Mirella in persona, dice: nessuna telecamera nascosta, nessun sospetto preventivo, nessun licenziamento senza prova certa. Le persone si vedono guardandole, non sorvegliandole. Sebastiano è ancora maggiordomo, ma con orari ridotti. Beve ancora il latte caldo al miele ogni sera, e adesso glielo prepara Romualdo, perché Mirella glielo ha insegnato.
Sebastiano fa finta di non accorgersene, ma sorride da solo quando va a letto. La chiave della cassaforte del nonno oggi non è più nascosta dentro un libro. È appesa a un chiodo in cucina, accanto agli strofinacci. Chiunque entri può vederla.
Non è mai stato rubato nulla.