Mi hanno ricoverata d’urgenza alle tre di notte e nessuno della mia famiglia è venuto a trovarmi. Per sette giorni ho contato le crepe del soffitto dell’ospedale Garibaldi, ho ascoltato il carrello dei medicinali che passava nel corridoio, ho guardato il telefono che non squillava mai. Mia madre, mio padre, mia sorella: sapevano dov’ero, gliel’aveva detto l’infermiera quando li aveva chiamati. Eppure nessuno si è fatto vivo.

Alla fine ho smesso di aspettare. Quando sono uscita, non sono tornata a casa. Sono andata direttamente al mio ufficio al semiinterrato del municipio, in piazza dell’Università, dove l’odore di carta vecchia e caffè dimenticato mi è sembrato l’unica cosa familiare al mondo. Ho tirato fuori la pratica che mi aveva lasciato il collega Bruno, quella riguardante una casa antica in via dei Crociferi, e ho deciso di buttarmi nel lavoro.
Meglio pensare a un affresco del Settecento che alla mia famiglia che non si è degnata di venirmi a trovare in ospedale. L’architetto greco arrivò puntuale alle dieci, con i suoi occhiali spessi e una cartella piena di mappe. Mi spiegò che secondo i suoi studi l’abate che aveva scritto quel diario viveva proprio in quella casa, quella con il pozzo all’angolo e la finestra che dava sulla piazzetta. Mi mostrò le descrizioni, le confrontammo con le strade di oggi, e c’era una corrispondenza perfetta.
“Se ha delle obiezioni, può esporle per iscritto al signor Bruno”, mi disse con un tono che non ammetteva repliche. Io annuii, ma dentro di me sentivo qualcosa che si muoveva. Non era solo l’emozione professionale di trovarsi davanti a una scoperta importante. Era qualcosa di più personale, un tarlo che mi rodeva la mente da giorni.
Forse era la delusione per la mia famiglia, forse era la solitudine, ma quella casa mi chiamava. Il sabato successivo, mentre Catania bolliva nel primo caldo di giugno, decisi di andare a dare un’occhiata al cantiere da sola. Mia sorella Chiara mi aveva accompagnata in macchina, lasciandomi davanti all’ingresso con un “passo a trovarti domani” che sapevo già essere una bugia. Dentro il cortile recintato da pannelli di legno c’erano già gli operai, e l’aria sapeva di polvere e calce.
Mi avvicinai all’apertura nella parete, quella che portava alla stanza dove avevano trovato l’affresco. La luce entrava da una finestra alta e illuminava un volto dipinto, sbiadito ma ancora fiero. Rimasi lì a guardarlo, sentendo il cuore battere più forte. Non era solo un’opera d’arte.
Era una prova. Una prova che quelle mura avevano visto qualcosa, che qualcuno, due secoli prima, aveva lasciato un segno che nessuno aveva mai notato. E io, che ero stata invisibile per tutta la settimana, finalmente vedevo qualcosa che nessun altro aveva visto. Quando uscii dal cantiere, il telefono squillò.
Era mia madre. “Sofia, dove sei? Sei sparita, non ti fai sentire”, disse con la voce tesa. Rimasi in silenzio per un secondo, stringendo il telefono.
“Sono stata in ospedale per una settimana, mamma. Nessuno è venuto”. Dall’altra parte ci fu un lungo silenzio, poi lei riprese: “Ma come, non ci hanno detto che era grave”. Chiusi la chiamata senza aggiungere altro.
Non era il momento di spiegazioni. Avevo una casa da esplorare, una scoperta da verificare, e per la prima volta dopo tanto tempo sentivo di avere uno scopo che non dipendeva da nessuno. Mentre camminavo lungo via Etnea, passando davanti al mercato del pesce e al Duomo, mi resi conto che forse la cosa più importante non era l’affresco. Era il fatto che io, quella che era stata lasciata sola in un letto d’ospedale, stavo andando avanti da sola.
E non avevo intenzione di fermarmi. ===