Per sette anni, Lucrezia Tagliacozzo, traduttrice editoriale di Urbino, aveva subito in silenzio ogni piccola umiliazione pubblica che suo marito Ottorino Squillace, un importante avvocato civilista, le infliggeva davanti a chiunque. Aveva imparato a sorridere quando lui la presentava come “mia moglie che traduce romanzetti rosa per casalinghe”, anche se in realtà traduceva letteratura russa contemporanea per una piccola casa editrice di Pesaro. Aveva imparato a non ribattere quando lui le ricordava che senza di lui sarebbe rimasta una zitella con un master inutile. Aveva imparato a chinare la testa quando lui faceva battute sulla sua linea, sui suoi occhiali, sul suo modo di tenere la forchetta.

Taceva perché sua madre, prima di morire, le aveva detto che un matrimonio non si rompe per orgoglio, e lei aveva interpretato quella frase come una condanna a vita. La svolta arrivò una sera di novembre, alla cena annuale dello studio legale di Ottorino. Il nuovo socio principale, il dottor Manfredi Boncompagni Ludovisi, avvocato di Manhattan di origine romana, era venuto per rilevare la maggioranza dello studio. Durante la cena, in una villa cinquecentesca alle porte di Urbino, con quaranta avvocati e ospiti, Ottorino, dopo due bicchieri di verdicchio di troppo, citò una frase di Tolstoj attribuendola all’opera sbagliata.
Lucrezia, che traduceva russi da nove anni, riconobbe l’errore: era di Anna Karenina, non di Guerra e pace. Non disse nulla, ma una giovane avvocatessa di Pesaro, che ammirava il suo lavoro, le chiese conferma dall’altra parte del tavolo. Lucrezia esitò. Sapeva che se avesse risposto sì, sarebbe stata punita verbalmente per due settimane.
Sapeva che se avesse risposto no, avrebbe tradito la sua onestà professionale, l’unica cosa che le restava intatta. Scelse la verità: “Sì, è Anna Karenina. Parte quarta, capitolo 17. ”
La sala fece silenzio.
Ottorino rise, falso, e la umiliò di nuovo: “Ma sentitela! La mia mogliettina che traduce romanzetti rosa per casalinghe annoiate. Oggi si sente Anna Karenina. Lascia parlare gli uomini di letteratura vera, tu occupati delle tue copertine col cuore.
” Alcuni colleghi risero, altri abbassarono lo sguardo. Lucrezia sentì un calore strano, tra vergogna e rabbia antica. Fu in quel momento che Manfredi Boncompagni Ludovisi si alzò. Prese il microfono e, con voce calma, disse: “Mi perdonino tutti.
Avevo previsto un discorso di benvenuto solo al dessert, ma una circostanza fortunata mi spinge ad anticiparlo. La signora Lucrezia Tagliacozzo, che ha avuto la cortesia di citare con precisione il capitolo esatto della frase di Tolstoj, è una delle traduttrici più stimate dalla mia famiglia. Mio padre, ambasciatore in Russia per dodici anni, prima di morire mi ha lasciato una biblioteca di letteratura russa in cui spiccano quattro traduzioni firmate dalla signora Tagliacozzo. Mio padre era un uomo di letteratura vera.
Le sue traduzioni stavano sul comodino di un ambasciatore, non di una casalinga annoiata. E la dignità di un’opera non si misura dal salotto in cui viene letta, ma dalla mano che l’ha scritta o tradotta. Alla signora Tagliacozzo e a chiunque lavori con la propria intelligenza in silenzio, va il mio primo brindisi della serata. ”
Sollevò il calice.
Quaranta persone si alzarono. Ottorino, rimasto incollato alla sedia, dovette alzarsi per ultimo, con la faccia che cambiava colore. Lucrezia restò seduta, riuscì solo a mormorare un grazie che probabilmente solo lei sentì. Manfredi si rimise a sedere e non la guardò più, come se nulla fosse successo.
Non l’aveva difesa per fare scena, ma per ristabilire un fatto. Sulla strada di ritorno, Ottorino non parlò. In casa, le strinse il braccio e le disse a denti stretti: “Domani mattina telefonerai al dottor Boncompagni Ludovisi e lo ringrazierai personalmente. Ti scriverò io il testo, tu lo leggerai.
Hai capito? ”
Lei lo guardò. Per la prima volta in sette anni non rispose. Si liberò il braccio, andò in camera e chiuse la porta.
Lui non capì la portata di quel gesto. Quella notte Lucrezia non dormì. Pensò a sua madre e alla frase sull’orgoglio, e per la prima volta sospettò che sua madre parlasse della propria storia, non della felicità della figlia. Pensò a Manfredi, che in trenta secondi l’aveva resa visibile davanti a quaranta persone.
Forse il problema non era mai stato lei. Forse era sempre stato l’uomo che la guardava. La mattina dopo, alle sette, mentre Ottorino dormiva, Lucrezia uscì di casa. Camminò fino al Palazzo Ducale, si sedette sulla scalinata e aprì il suo quaderno di lavoro.
Strappò un foglio e scrisse due parole: “Basta così”. Poi fece una lista: cose che mi appartengono, cose che non mi appartengono, cose che voglio fare, cose che non voglio più fare, persone che mi rispettano, persone che non mi rispettano, soldi miei, tempo mio. La lista andò avanti per due pagine. Decise tre cose: avrebbe telefonato a Manfredi, ma non per ringraziarlo come voleva Ottorino; avrebbe chiesto un anticipo alla casa editrice per affittare una stanza per sé; avrebbe cercato un avvocato matrimonialista a Pesaro, una donna, per evitare il circolo degli avvocati di Urbino.
Telefonò a Manfredi il martedì successivo. Lui rispose subito. Lei lo ringraziò e gli chiese un favore professionale: due righe di endorsement per il suo curriculum. Lui accettò senza esitare e le disse: “Le farò mandare due righe firmate da me entro stasera.
Mi dia il suo indirizzo personale, non quello che le passa suo marito. ” Poi aggiunse: “Si chiama Lucrezia, è un bellissimo nome. Sabato sera non l’ho fatto perché è la moglie di nessuno, ma perché è la traduttrice di certi libri. Se in futuro vorrà essere chiamata signora Tagliacozzo per ragioni che la riguardano, mi farà sapere.
Buona giornata. ”
Lucrezia rimase con la cornetta in mano. Mai un uomo in trentaquattro anni le aveva detto che il suo nome era bellissimo. La email di Manfredi arrivò la sera stessa: sette righe, su carta intestata, firmate da lui.
Lucrezia la stampò e la mise nel quaderno. La inviò a tre case editrici di Milano e Bologna. Una di queste, specializzata in letteratura slava, le offrì un contratto biennale con un anticipo triplo rispetto a quello di Pesaro. Nel frattempo, l’avvocato Eufrasia Buongiorno, una donna cinquantenne di Pesaro, le spiegò i suoi diritti: sotto il regime di comunione dei beni, aveva diritto a metà dell’appartamento, metà della casa al mare, metà del conto corrente e tre quarti dei suoi compensi degli ultimi sette anni, che Ottorino aveva fatto confluire nelle proprie casse.
Le toccavano cinquantaseimila euro liquidi più la metà di due immobili. Eufrasia le disse: “Se vuole, può non chiedere nulla, ma sappia che le spetta. Non si faccia intimidire dalle telefonate di Ottorino. Risponda solo a me.
”
Trentadue giorni dopo la cena, mentre Ottorino era a un congresso, Lucrezia fece le valigie. Lasciò una busta sul tavolo con la denuncia di separazione e un biglietto: “Per il resto parlerà l’avvocato Buongiorno di Pesaro. Buon proseguimento. ” La sua amica Cordelia la portò a Pesaro, in una mansarda vicino al porto.
Per la prima volta dopo molto tempo, si addormentò sentendo il rumore del mare. Ottorino reagì male: telefonò trentadue volte al giorno, andò a Pesaro tre volte, ma non trovò l’indirizzo. Tutti gli risposero: “Parli con l’avvocato. ” Alla fine, dopo tre settimane, capì che non aveva scelta.
L’avvocato Buongiorno gli fece capire che se non avesse firmato la separazione consensuale, in tribunale avrebbe rischiato cifre più alte e una visibilità pubblica letale per un avvocato di provincia. Ottorino firmò sei settimane dopo. Nel frattempo, tra Lucrezia e Manfredi era nato un legame silenzioso. Lui tornava in Italia ogni due settimane e le scriveva email brevi, sempre con lo stesso rispetto: “Se le va di prendere un caffè con me senza alcun impegno, mi farebbe piacere parlare di Tolstoj con qualcuno che lo conosca meglio di me.
” Le prime tre volte lei rifiutò. La quarta accettò. Parlarono per due ore in una libreria di via Cattaneo. Lui le raccontò di suo padre, che prima di morire gli aveva consegnato i quattro libri tradotti da Lucrezia, dicendogli: “Quella traduttrice di Urbino capisce i russi come pochi italiani.
” Lucrezia ascoltò con gli occhi pieni di lacrime, capendo che il suo lavoro era stato visto da un uomo che non conosceva. Si videro altre volte. Manfredi le parlò della sua vita: un matrimonio finito senza odio, dieci anni di solitudine a Manhattan, il bisogno di ricostruire un legame con l’Italia. Un giorno le disse: “Mi piace passare un caffè con lei.
Mi piacerebbe vedere se, quando la sua separazione sarà definitiva, avrà piacere di passarmi anche una cena. Glielo dico per onestà, non per fretta. ” Lei rispose: “Lo apprezzo. Le risponderò quando avrò la risposta.
”
La separazione fu definitiva il 15 aprile. Lucrezia uscì dallo studio con un assegno di cinquantaseimila euro e la metà dell’appartamento, che vendette a Ottorino per non avere più legami. Con quei soldi comprò una piccola casa di pescatori a Fano, regalò alla zia un viaggio in Spagna e si comprò un abito blu notte fatto su misura, da una sarta di Senigallia. Mentre la sarta le prendeva le misure, capì che da sette anni nessuno la vedeva davvero.
Sei mesi dopo, indossò quell’abito per una cena a Roma, in un ristorante di Trastevere, organizzata da Manfredi. C’erano cinque persone, tutte interessate al suo lavoro. Lucrezia trascorse la serata accanto a tre persone che parlavano delle sue traduzioni come si parla del lavoro di qualcuno che merita di essere ascoltato. Alla fine, Manfredi la accompagnò al suo albergo e le disse: “Devo tornare a Manhattan giovedì.
Tornerò a novembre. Per allora vorrei darti una risposta a una domanda che non ti ho mai fatto, ma che mi faccio da quando ti ho vista alzare gli occhi su di me a quel brindisi. Vorrei sapere se hai cominciato a guardarmi, non perché abbia bisogno di un sì, ma per sapere se posso continuare a guardarti con libertà, o se devo trasformare ciò che provo in stima e basta. ”
Lucrezia gli prese la mano e gli sussurrò: “Novembre, va bene.
Ti aspetto. ” Era la prima volta che gli dava del tu. A novembre, Manfredi arrivò a Fano con due libri: un’edizione antica di Anna Karenina in russo, appartenuta a suo nonno, e il suo testamento spirituale, scritto in inglese, per dirle che non c’erano più zone segrete dentro di lui. Quella sera mangiarono pesce al porto.
Sulla soglia di casa, lei lo fece entrare. Da allora, ogni volta che lui veniva in Italia, viveva a Fano con lei. Si sposarono due anni e mezzo dopo la cena che aveva cambiato tutto, in una piccola cerimonia civile nella sala del trono del Palazzo Ducale di Urbino, con dodici persone, tra cui Cordelia, Eufrasia, la giovane avvocatessa che aveva fatto la domanda su Tolstoj, e l’amica della madre di Manfredi. Ottorino non fu invitato.
Nel frattempo, Ottorino si era risposato con una collega di trentadue anni e la stava già umiliando in pubblico. La giovane avvocatessa, alla seconda cena annuale, prese da parte la nuova moglie e le diede il numero di Eufrasia, dicendole: “Conosco qualcuno che conosci anche tu. Non aspettare sette anni come lei. ” La nuova moglie, sei mesi dopo, telefonò all’avvocato, si separò e riprese a studiare giurisprudenza.
Oggi è procuratore legale. Lucrezia, ogni Natale, le manda una cartolina anonima con una sola parola: “Brava”. Sono passati otto anni. Lucrezia oggi ha quarantadue anni, vive tra Fano e Manhattan, ha tradotto ventitré libri di letteratura russa e ucraina, ha ricevuto premi nazionali e internazionali, e ha una figlia di quattro anni che si chiama Aurelia, come il padre di Manfredi.
Quando Aurelia avrà dodici anni, Lucrezia le leggerà Anna Karenina, capitolo per capitolo, cominciando dalla parte quarta, capitolo diciassette, e le racconterà di quella sera di novembre in cui una donna di trentaquattro anni scelse di dire la verità su una citazione, salvando con quella verità l’unica cosa importante che le restava di sé stessa. Oggi, passeggiando sotto le cupole illuminate del Palazzo Ducale, Lucrezia guarda sua figlia correre verso i piccioni. Quando Aurelia le chiede perché un nome è bello, lei risponde: “Un nome è bello quando chi lo pronuncia ti guarda davvero. ” E ogni mattina, davanti allo specchio, si ripete la frase che ha scritto su un foglio piegato nel cassetto: “Sei vista, sei sentita, sei amata, sei a casa.
“