Ho vinto 620.000 euro alla lotteria e non l’ho detto a nessuno, nemmeno a mia moglie che mi aveva lasciato tre mesi prima. Il giorno dopo l’ho incontrata per strada e mi ha chiesto se stavo bene….

Biagio Castagno vinse alla lotteria un mercoledì mattina di gennaio, tre mesi dopo che sua moglie lo aveva lasciato, e decise di non dirlo a nessuno. Non per cattiveria, non per vendetta, ma per una ragione più semplice e più difficile da spiegare: aveva bisogno di sapere, prima di ogni altra cosa, chi era adesso. Chi era Biagio Castagno senza il lavoro che aveva perso, senza la moglie che se n’era andata, senza le certezze che aveva costruito in quarantaquattro anni e che si erano sgretolate in sei mesi con una velocità che ancora non riusciva a elaborare. Il biglietto era uno di quelli che comprava ogni settimana dal tabaccaio di via Etnea, non per superstizione, non per vera speranza, ma per quel rito minimo che le persone a volte costruiscono intorno alle piccole cose quando le grandi non sono disponibili.

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Due euro, un momento di possibilità astratta, qualcosa da guardare il mercoledì mattina. Quella mattina aveva guardato i numeri tre volte, poi aveva messo il biglietto nel cassetto della scrivania, aveva fatto il caffè con la moca che Sandra non aveva voluto portare via perché era sua, regalata da sua madre, vecchia di vent’anni, ammaccata sul lato destro. Aveva bevuto il caffè in piedi vicino alla finestra che dava sul cortile interno del palazzo, mentre Catania si svegliava con quel rumore specifico: voci, motorini, il profumo del pane dal forno due isolati più in là. Poi aveva chiamato il numero del servizio clienti della lotteria.

Seicentoventimila euro. Era rimasto fermo con il telefono in mano per un tempo che non riusciva a misurare. Fuori il cortile continuava. Una vicina stendeva i panni.

Un gatto arancione camminava sul muretto con quella sicurezza dei gatti che non devono rendere conto a nessuno. Biagio aveva guardato il gatto, il gatto non lo aveva guardato. Seicentoventimila euro. Non era una cifra che cambiava la vita nel senso assoluto.

Non era la vincita che ti mette su un altro pianeta. Non era abbastanza per non lavorare mai più. Ma era abbastanza per respirare, per avere tempo, per smettere di svegliarsi alle tre di notte con quella cosa nel petto che si stringe quando i conti non tornano e non si vede come possano tornare. Era abbastanza per capire chi era, senza la pressione immediata di dover diventare qualcun altro per sopravvivere.

Aveva messo il biglietto in una busta, la busta in un libro, la Coscienza di Zeno che Sandra non aveva portato via perché diceva che non riusciva mai a finirlo. E aveva deciso di non fare niente per almeno due settimane. Queste sono le due settimane. Biagio Castagno era nato a Catania e non l’aveva mai lasciata davvero.

Qualche anno a Palermo per l’università, due anni a Milano per un lavoro che non aveva funzionato, e poi sempre lì, in quella città che stava sul mare e sull’Etna e su sé stessa, con quella insolenza tranquilla delle città del sud che hanno visto abbastanza da non stupirsi di molto. Aveva lavorato per diciassette anni come responsabile logistica in un’azienda di distribuzione alimentare. Un lavoro che la gente trovava difficile da descrivere, ma che Biagio amava con quella soddisfazione concreta di chi sa che quello che fa tiene in piedi qualcosa di reale. I camion arrivavano, le merci si distribuivano, i supermercati avevano quello che serviva, le persone mangiavano.

C’era una logica in quello, una catena che funzionava, e lui era il nodo che teneva tutto insieme. L’azienda era stata venduta, i nuovi proprietari avevano portato i loro manager. Biagio era stato tra i primi a uscire con una liquidazione che sembrava generosa finché non aveva cominciato a fare i conti del futuro. Aveva quarantatré anni, una specializzazione precisa in un settore specifico, e il mercato del lavoro a Catania nel 2023 non abbondava di posizioni simili.

Sandra aveva resistito quattro mesi. Non glielo disse con cattiveria. Questa era la cosa che Biagio faticava di più a portare, quella che lo tormentava nelle notti in cui non riusciva a dormire. Sandra non era stata crudele.

Sandra era stata onesta, e l’onestà a volte fa più male della crudeltà perché non lascia spazio alle semplificazioni. Gli aveva detto che si erano allontanati, che il lavoro perso aveva evidenziato una distanza che forse c’era già, che non riusciva a vederli insieme nel modo che immaginava per il futuro, che preferiva dirlo adesso invece di continuare e fare male a entrambi più in là. Aveva quarantun anni, nessun figlio. Avevano provato, non era successo.

E quella mancanza aveva lasciato qualcosa tra loro che nessuno dei due riusciva a nominare completamente. Sandra lavorava come responsabile amministrativa in uno studio di commercialisti. Era organizzata, pratica, con quella qualità delle persone che guardano il futuro in termini concreti e fanno le scelte di conseguenza. Biagio non poteva odiarla per questo.

Ci aveva provato nelle prime settimane, perché odiare qualcuno è più semplice che capirlo. Poi aveva smesso perché non riusciva a farlo davvero, e smettere di provarci era stato in qualche modo un sollievo. Adesso viveva nell’appartamento che era stato loro. Sandra aveva preso quello che voleva con quella metodicità silenziosa che aveva, e quello che restava era abbastanza da riempire gli spazi e abbastanza vuoto da ricordare ogni giorno cosa era mancato.

La moca, qualche libro, il tavolo della cucina, il divano blu che Sandra aveva sempre trovato scomodo e che Biagio aveva sempre amato. La prima settimana dopo la vincita fu strana nel modo in cui sono strane le cose che cambiano tutto internamente senza che niente cambi all’esterno. Continuò le sue abitudini: il caffè la mattina, la camminata fino al mercato di piazza Carlo Alberto, le domande di lavoro che mandava senza grande speranza ma con quella disciplina di chi sa che fermarsi è peggio di continuare anche quando i risultati non arrivano. Continuò a vedere Pino, il suo amico d’infanzia, due volte a settimana al bar sotto casa per il caffè delle undici.

Continuò a chiamare sua madre ogni domenica. Non disse niente a nessuno. Il segreto aveva un peso che non si aspettava. Non oppressivo, ma presente.

Come portare qualcosa di grande in una tasca piccola. Si sente, occupa spazio, cambia il modo in cui ci si muove, anche se nessuno lo vede dall’esterno. La rivoluzione arrivò il dodicesimo giorno, in un modo che Biagio non aveva previsto. Stava camminando per via dei Crociferi, quella strada barocca che è uno dei posti più belli di Catania, nel modo silenzioso in cui certe cose sono belle, senza che nessuno le abbia dichiarate tali ufficialmente.

Quando vide Sandra, non da lontano, non in modo da poter deviare o fingere di non averla vista. La vide da tre metri, ferma davanti a una vetrina, con quell’espressione che aveva quando stava pensando a qualcosa di difficile e non sapeva ancora come risolverlo. Sandra Carnevale aveva quarantun anni e quello stesso viso che Biagio conosceva da quindici anni. Capelli scuri raccolti come sempre durante il giorno, quella linea delle spalle che aveva imparato a leggere come se fosse un linguaggio, gli occhi marroni che adesso si alzarono verso di lui con quella qualità specifica dello sguardo di chi riconosce qualcuno che ha deciso di non aspettarsi di vedere.

«Biagio. »

«Sandra. »

Si guardarono per un secondo che aveva il peso di sei mesi dentro. «Come stai?

» disse lei. «Bene», disse lui, la risposta automatica. Poi aggiunse, perché non riuscì a non farlo: «Meglio. »

Sandra lo guardò con quella attenzione precisa che aveva.

«Davvero? »

«Mh. » Non era una bugia, era una verità parziale, che è la forma di verità più comune nelle conversazioni tra persone che si sono volute bene e non sanno ancora come stare nello stesso spazio senza tutto il peso di quello che c’è stato. «Stai ancora cercando lavoro?

»

«Sì. Una pausa. Ci sono cose in vista. » Anche questo era vero, in senso stretto.

Con seicentoventimila euro in una busta dentro la Coscienza di Zeno, le opzioni erano cambiate in modo radicale, anche se non aveva ancora deciso cosa farsene. Sandra annuì. C’era qualcosa nel suo viso che Biagio non riusciva a classificare subito. Non il dolore del primo periodo, non la distanza costruita delle settimane successive.

Qualcosa di più aperto, come se stesse cercando qualcosa in quella conversazione senza volerlo dichiarare. «Sei dimagrito», disse. «Un po’. »

«Mangi?

»

«Sì, Sandra, mangio. »

Un silenzio breve. Poi lei disse: «Mi dispiace, sai, per come sono andate le cose. »

Biagio rimase fermo su quella frase.

Non l’aveva mai sentita dire così, direttamente, senza qualificazioni, senza quella costruzione difensiva che le persone mettono intorno alle scuse quando hanno paura di cosa potrebbe succedere se le fanno davvero. «Lo so», disse. «Non me ne sono andata perché non ti volevo bene. »

«Lo so anche questo.

»

Sandra rimase in silenzio per un momento, poi disse: «Possiamo prendere un caffè? Non per parlare di cose difficili. Solo un caffè. »

Biagio rimase fermo per un secondo, poi disse: «Sì.

»

Andarono al bar all’angolo, uno di quei bar di Catania che esistono da trent’anni, con lo stesso bancone di marmo e lo stesso proprietario che sa il nome di tutti i clienti e si ricorda cosa prendono senza chiederlo. Totò, il proprietario, vide entrare Biagio e poi vide Sandra e poi guardò altrove con quella discrezione siciliana che non è indifferenza, ma rispetto. Presero il caffè al bancone nel modo in cui si prende il caffè in Sicilia: veloce, caldo, con quella intensità che il caffè del nord non ha. Non parlarono di cose difficili, come Sandra aveva detto.

Parlarono di poco: di un vicolo di via dei Crociferi che avevano ristrutturato, di una cosa che era successa al lavoro di lei, che le aveva fatto venire il dubbio di aver fatto la scelta giusta anni prima, di un ristorante nuovo vicino al porto di cui entrambi avevano sentito parlare. Era strano e familiare al tempo stesso, quella qualità specifica delle conversazioni con le persone che conosci bene, dove le parole sono meno importanti di quello che c’è sotto le parole. Quando uscirono sulla strada, Sandra disse: «Sono contenta di averti visto. »

«Anch’io», disse Biagio.

Si salutarono con quella cordialità che non era fredda, ma non era ancora altro. Il tipo di cordialità che si trova nel mezzo tra quello che si era e quello che si potrebbe essere, se ci fosse il coraggio o il tempo o entrambe le cose. Biagio tornò a casa e aprì la Coscienza di Zeno. La busta era lì, il biglietto era lì.

Si sedette al tavolo della cucina, quello che Sandra non aveva portato via, e rimase a guardare la busta per un tempo che non misurò. Il problema non era il denaro. Il problema era la domanda che il denaro aveva portato con sé. Chi voleva essere adesso?

Non in senso astratto, in senso concreto. Cosa voleva fare con il tempo che aveva? Cosa voleva costruire? E la domanda più difficile, quella che si era tenuto da parte perché richiedeva più coraggio delle altre: cosa voleva fare con Sandra?

Quella sera chiamò Pino. Pino Randazzo aveva quarantasei anni. Era stato il suo migliore amico dai tempi del liceo. Gestiva una pescheria al mercato con quella competenza ereditata da suo padre, che era stata ereditata da suo nonno.

Era un uomo pratico nel senso migliore, non privo di profondità, ma con quella saggezza concreta di chi sa che le cose si risolvono facendole, non pensandoci. Biagio gli disse tutto. Non solo la vincita. Tutto.

Sandra, l’incontro di via dei Crociferi, la busta dentro il libro, la domanda che non riusciva a rispondersi. Pino rimase in silenzio per un tempo insolito per lui, poi disse: «Perché non gliel’hai detto a Sandra? Della vincita. »

Biagio rimase in silenzio.

«Perché non volevo che tornasse per i soldi. »

«Sei sicuro che tornerebbe per i soldi? »

«No. »

«E allora?

»

«E allora non lo so, Pino. Non so se quello che ho visto oggi su quel marciapiede era lei che mi cercava o lei che faceva una cosa normale come prendere un caffè con qualcuno che ha conosciuto. »

Pino rimase in silenzio ancora. Poi disse: «Biagio, tu la conosci da quindici anni?

»

«Sì. »

«E in quindici anni, quante volte Sandra ha fatto cose per interesse? »

Biagio aprì la bocca, la richiuse. «Mai.

»

«Esatto. » Una pausa. «Il problema non è Sandra. Il problema sei tu, che non sai ancora chi sei adesso.

E finché non lo sai, non puoi sapere cosa vuoi da lei. »

Quella conversazione rimase nella testa di Biagio per giorni. Non perché fosse nuova. Lui lo sapeva già in qualche modo, ma sentirlo detto da fuori dava alla cosa una consistenza diversa.

Chi era adesso? Cominciò a rispondere alla domanda nel modo più concreto che conosceva: facendo cose. La prima cosa fu affrontare la vincita nel senso pratico. Andò a riscuotere il biglietto con quella discrezione che aveva tenuto per tutto il tempo, con un commercialista che Pino gli aveva consigliato e che aveva la qualità rara delle persone che sanno tenere i segreti professionali.

Aprì un conto separato, sistemò le cose urgenti: i debiti piccoli che si erano accumulati nei mesi senza stipendio, l’assicurazione dell’auto scaduta, il dentista rimandato da sei mesi. Poi si sedette con carta e penna, non il computer, la carta, e scrisse quello che voleva fare. Non una lista di acquisti. Una lista di direzioni.

Aveva sempre avuto un’idea tenuta in un cassetto della testa per anni mentre lavorava per l’azienda di distribuzione: una piccola impresa di logistica specializzata nel settore agroalimentare siciliano. Non la grande distribuzione, quella era il passato, quella apparteneva alle aziende che avevano i capitali per farlo. Qualcosa di più preciso. Connettere i produttori locali, le aziende agricole dell’Etna, i pescatori di Acitrezza, i produttori di formaggi delle Madonie con i mercati del Nord Italia e dell’Europa che chiedevano prodotti siciliani autentici ma non avevano i canali per trovarli.

Era un’idea che conosceva, che aveva nei dettagli, perché in diciassette anni di logistica distributiva aveva imparato esattamente dove erano i nodi e dove erano le opportunità. Non era un sogno astratto. Era un progetto concreto che richiedeva capitali iniziali, competenze specifiche e quella capacità di stare dentro le reti locali che si costruisce solo crescendo in un posto e conoscendone le persone. Aveva i capitali, aveva le competenze, aveva le reti.

Cominciò a lavorarci. Le settimane successive furono le più intensive che avesse avuto da quando aveva perso il lavoro, non per la quantità di cose da fare, ma per la qualità della concentrazione che ci metteva. Incontri con produttori, conversazioni con piccole aziende agricole dell’Etna che conosceva di vista, ricerche sui mercati del nord che aveva già fatto mentalmente mille volte, ma adesso stava facendo con la serietà di chi sa che non è solo un esercizio intellettuale. Pino lo aiutò con i contatti della pescheria.

Conosceva metà dei pescatori di Catania e dintorni, e quei pescatori conoscevano altri produttori, e quella rete di conoscenze era esattamente il tipo di capitale sociale che non si compra. Nel mezzo di tutto questo, Sandra tornò. Non in modo drammatico. Tornò nel modo in cui tornano le cose che hanno una ragione vera: lentamente, per gradi, con quella progressione che non si annuncia.

Prima fu un messaggio. Aveva trovato per caso una foto di un viaggio che avevano fatto insieme a Siracusa tre anni prima. Gliela aveva mandata senza commento. Biagio l’aveva guardata per un lungo momento, poi aveva scritto: «Bella foto.

» Lei aveva risposto: «Sì. »

Poi fu una telefonata. Aveva bisogno di un documento che aveva lasciato in un cassetto dell’appartamento. Poteva passare a prenderlo.

Biagio disse: «Sì. » Era venuta, aveva preso il documento. Erano rimasti a parlare in piedi in cucina per quaranta minuti su cose che non erano il documento. Poi fu una cena non pianificata, o almeno non dichiarata come tale.

Sandra aveva chiamato una sera per un motivo pratico. Biagio aveva detto che stava cucinando. Lei aveva detto che aveva fame, e nessuno dei due aveva fatto la cosa ovvia che era dichiarare che quella era una cena insieme. Era una cena insieme.

Biagio cucinò la pasta alla norma, quella che faceva meglio, con le melanzane fritte nel modo giusto e la ricotta salata che comprava da un produttore specifico al mercato. Sandra mangiò con quella concentrazione silenziosa che aveva quando qualcosa era davvero buono. Poi disse: «Hai imparato a cucinare meglio. »

«Ho avuto tempo.

»

«Si vede. » Una pausa. «Stai bene, Biagio. Nel senso vero.

»

«Lo sono. » E in quel momento, in quella cucina con la pasta alla norma e la moca ammaccata sul bancone, era vero, nel senso pieno. «Cosa sta succedendo con il lavoro? Con le cose in vista che mi hai detto?

»

Biagio rimase fermo per un secondo. Quella era la domanda. Quella era la conversazione che stava costruendo da settimane nella sua testa. Non il come dirglielo, ma il quando e il perché adesso invece che prima, e cosa significava dirlo.

«Posso dirti una cosa? » disse. «Una cosa importante. E voglio che tu la sappia in ordine, cioè con tutto il contesto necessario, non solo la parte finale.

»

Sandra lo guardò. In quegli occhi marroni c’era quella attenzione precisa che aveva sempre avuto, quella cosa che lei usava quando capiva che stava per sentire qualcosa che richiedeva tutta la sua presenza. «Dimmi. »

Biagio le raccontò tutto.

Non solo la vincita. Tutto. Il biglietto del mercoledì mattina, la chiamata al servizio clienti, il gatto arancione nel cortile, la busta dentro la Coscienza di Zeno, le due settimane di silenzio e perché. La domanda su chi era adesso.

Il progetto, non come idea vaga, ma come piano concreto con i dettagli che aveva sviluppato nelle settimane precedenti: gli incontri con i produttori, le conversazioni con Pino, le ricerche sui mercati. Sandra ascoltò senza interrompere per tutta la durata del racconto. Non aveva quella qualità dell’ascolto paziente che aspetta di parlare. Aveva l’ascolto vero, quello che si vede nelle persone che stanno davvero ricevendo quello che viene detto.

Quando Biagio finì, ci fu un silenzio. Poi Sandra disse: «Perché non me l’hai detto subito? »

«Perché avevo bisogno di sapere cosa ne avrei fatto prima di dirlo a qualcuno. »

«E adesso?

»

«Adesso lo so. »

Sandra rimase in silenzio ancora per un momento, poi disse, e la voce aveva quella cosa precisa che Biagio riconosceva come il suo modo di dire le cose difficili, quella voce bassa senza ornamenti: «Avevi paura che tornassi per i soldi? » Non era una domanda, era una comprensione. «Sì.

»

«E adesso? »

«Adesso no. » Una pausa. «Perché sei tornata prima che te lo dicessi?

»

Sandra rimase ferma su quella frase, la tenne dentro per un momento, poi disse: «Sono tornata perché quel giorno in via dei Crociferi ti ho guardato e hai detto