Il primo martedì di ottobre, alle 7:32, stavo innaffiando i gerani quando vidi il camion di traslochi fermarsi davanti al palazzo. L’inquilino del terzo piano era l’uomo che due settimane prima mi…

Il primo martedì di ottobre, alle 7:32 del mattino, Filomena Sartorelli stava innaffiando i due vasi di gerani rosa sul davanzale dello studio quando vide il camion di traslochi fermarsi davanti al portone di Palazzo Foresti. Insegnante di storia dell’arte al liceo classico Muratori, trentaquattro anni, abituata a leggere le composizioni dei quadri con disciplina professionale, capì in tre secondi ciò che mezzo condominio aveva fantasticato per otto mesi: l’appartamento vuoto al terzo piano, quello di fronte al suo, aveva trovato un inquilino. E l’inquilino, contro ogni sua previsione, era l’uomo davanti al quale si era resa ridicola esattamente due settimane prima, di fronte a un intero consiglio di gestione del Museo Civico. Era Corradino Manfredi, quarantun anni, presidente del Manfredi Group, il fondo che aveva appena rilevato il quaranta per cento dell’immobile che ospitava il museo.

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Nella sua prima riunione ufficiale come nuovo azionista di riferimento, davanti a dodici persone, l’aveva definita “la piccola signorina che si è preparata alla lezioncina”, aggiungendo che i musei si gestiscono con i bilanci, non con le poesie sui pittori del Cinquecento. Filomena, che aveva accettato l’incarico di consulenza gratuita per pura passione, era uscita senza dire una parola, aveva pianto in bagno per otto minuti, era tornata a casa in autobus e per due settimane aveva trovato sollievo solo nel pensiero che non avrebbe mai più rivisto quell’uomo in vita sua. Ora quell’uomo saliva le scale del suo palazzo, a meno di due metri dalla sua porta, su un pianerottolo così piccolo che le due porte d’ingresso si guardavano da vicino. Filomena indossava un vecchio pigiama di flanella azzurra a fiori bianchi, ereditato da sua madre, e il grembiule da cucina della nonna.

Si allontanò dalla finestra come una piccola ladra colta sul fatto, corse in camera e chiuse la porta a chiave, come se lui potesse guardarla attraverso i muri. Poi rise di sé stessa per trenta secondi. Riconobbe, con la lucidità che le avevano insegnato i vecchi maestri, di essere entrata in quella particolare configurazione della vita che chiamavano una piccola commedia di provincia italiana. Modena è una città piccola, arroccata sul crocevia di quattro province, famosa per l’aceto balsamico e per la Ghirlandina che sorveglia Piazza Grande.

Lì Filomena era nata, si era laureata a Bologna, era tornata quattro anni prima da un periodo di studio a Firenze e aveva accettato la cattedra al Muratori con la calma consapevolezza che una vita da insegnante di provincia non avrebbe portato ricchezza, ma le avrebbe permesso di continuare a studiare la sera il suo saggio sui pittori estensi del Cinquecento, che scriveva da tre anni per una piccola casa editrice di Bologna. Corradino Manfredi era arrivato a Modena da quindici giorni. Nato a Sassuolo, aveva costruito un piccolo impero della ceramica alle porte di Milano, l’aveva venduto tre anni prima a un fondo tedesco per una cifra a nove zeri e da un anno gestiva il Manfredi Group, un fondo di investimento privato che comprava partecipazioni in istituzioni culturali dell’Emilia-Romagna per ristrutturarle e valorizzarle. In pratica, come aveva scherzato una volta con un giornalista, comprava chiese per farne showroom di lusso.

Aveva la fama di essere l’uomo più antipatico dell’intera catena imprenditoriale del basso Emilia. Nessuno lo amava, nessuno voleva sedersi accanto a lui nelle cene di beneficenza e nessuno, in quindici anni di vita professionale, era riuscito a strappargli un sorriso vero. Quella prima mattina Filomena decise di fingere di non averlo riconosciuto. Uscì di casa alle 8:30 per andare a scuola, dopo aver contato mentalmente fino a trenta per evitare l’incrocio con gli operai del trasloco.

Nel pianerottolo trovò invece proprio Corradino, in maniche di camicia, che controllava un tablet appoggiato al muro accanto a una cassa di libri antichi. Alzò gli occhi, la riconobbe e sorrise di un sorriso lento che per la prima volta in quindici anni sembrava sincero. “Signora Sartorelli, che piacevole coincidenza. ”

Filomena si fermò con la borsa a tracolla e si accorse di avere ancora sulla giacca una piccola striscia di terriccio caduta dai gerani.

Rispose con la calma che aveva imparato dai suoi studenti insopportabili di terza liceo. “Buongiorno, dottor Manfredi. Non è una coincidenza, è lei che ha scelto di venire qui. ”

“Ha ragione, non è una coincidenza.

Le devo delle scuse, non per aver scelto questo palazzo, ma per come le ho parlato durante la riunione. Ero fuori luogo. Le ho scritto una lettera di scuse tre giorni fa, ma mi hanno restituito l’indirizzo dicendomi che era sbagliato. Volevo consegnargliela di persona.

Adesso, siccome per caso ci ritroviamo nello stesso palazzo, la porta della mia casa è aperta. Mi permette di darle la lettera fra dieci minuti al piano di sotto? ”

Filomena non si era preparata a quello. Un uomo dai suoi modi che le chiedeva scusa formalmente nel giro di trenta secondi non era nei suoi piani.

Improvvisò. “Dottor Manfredi, se ha scritto una lettera di scuse, la ringrazio. La accetterò, ma non oggi. Oggi vado a insegnare.

Se vorrà consegnarmela, la lasci al portiere del piano terra, il signor Erasmo, che è un mio vecchio amico. Provvederà lui. Buona giornata. ”

Pronunciò quella frase con una calma che a lei stessa sembrò irriconoscibile.

Corradino non rispose, fece un piccolo cenno del capo. Filomena scese le scale, uscì in strada, camminò lungo via del Duomo per venti passi, si fermò, si voltò, guardò le finestre di Palazzo Foresti. Capì di aver appena fatto una cosa nuova: aveva rifiutato con eleganza un uomo che le stava porgendo un’offerta, senza cattiveria e senza aspettare. E per la prima volta in due settimane non aveva più voglia di piangere.

Nei quindici giorni successivi Corradino consegnò la lettera al portiere Erasmo, un signore di sessantatré anni con l’occhio lungo di chi ha visto passare tanti condomini in trent’anni di servizio. Erasmo ricevette la busta bianca, notò la carta pesante e l’indirizzo scritto a mano, e quella sera stessa la portò a Filomena sul pianerottolo del secondo piano. Le disse soltanto: “Signora, glielo dico da amico: quel signor Manfredi non è come sembra. L’ho osservato per due settimane.

È solo, è preciso, è educato con me. Non l’ho ancora visto sorridere a nessun altro tranne che a lei stamattina. Ci pensi? ”

Filomena prese la lettera e non la aprì subito.

La aprì il giorno dopo. Erano tre pagine scritte a mano con una calligrafia curata. Corradino chiedeva scusa in modo circostanziato, riconosceva i termini precisi che aveva usato durante la riunione e ammetteva di aver confuso il proprio ruolo di socio finanziario con quello di direttore artistico, di aver parlato dei quadri come se avesse potuto valutarli. Scriveva che, dopo aver riflettuto la sera stessa, aveva capito di aver umiliato non una persona, ma un’intera figura professionale, quella dello studioso di provincia che sceglie di lavorare gratuitamente per la propria città.

Concludeva offrendole, come piccolo risarcimento simbolico, una stampa antica del Correggio, la Madonna della Cesta, in una versione fotografica del 1892 comprata a un’asta di Bologna la settimana prima. Le scriveva: “È l’unica cosa che sono riuscito a ricordare del suo intervento. Il resto lo ricordo purtroppo per come le ho risposto io. ”

Filomena rimise la lettera nella busta e guardò la stampa.

Era vera, del 1892, di una serie rara della casa editrice Alinari di Firenze. Correggio era davvero l’artista di cui si stava occupando nel suo saggio inedito. La cosa curiosa non era il dono, era che Corradino avesse ascoltato davvero il suo intervento. La sua umiliazione pubblica non era stata causata da disattenzione: lui l’aveva ascoltata bene, e non le aveva saputo rispondere.

Come molti uomini insicuri messi davanti a un contenuto che non padroneggiano, aveva scelto di attaccare la persona invece di ammettere la propria ignoranza. Filomena, con la lucidità di lettura che hanno le donne che studiano i grandi maestri fiamminghi, capì che l’uomo che aveva davanti non era un cattivo. Era un uomo che aveva imparato a diventare arrogante come tecnica di sopravvivenza sociale, e sotto quell’arroganza custodiva una vergogna intellettuale che nessuno dei suoi colleghi aveva mai sospettato. Rispose alla lettera il giorno dopo con una nota altrettanto formale.

Ringraziava, accettava le scuse e restituiva la stampa perché non poteva ricevere un dono, per quanto simbolico, da qualcuno che le aveva fatto un torto professionale non ancora riparato in sede istituzionale. Aggiungeva una piccola frase che, letta con attenzione, era la sua prima offerta di dialogo. Se il dottor Manfredi desiderasse davvero riparare il torto, potrebbe considerare, come atto di gentilezza verso il museo che ora possiede al quaranta per cento, di finanziare la stampa di un catalogo scientifico dei dipinti estensi conservati nella collezione, un catalogo che il museo desidera da nove anni ma che non ha mai avuto il budget per pubblicare. Il costo è di novemila euro.

Non lo chiedo per me, lo chiedo per il museo. Corradino ricevette la lettera il giorno dopo e la lesse tre volte. La sera stessa fece una cosa che nessuno dei suoi collaboratori avrebbe mai immaginato: chiamò personalmente la direttrice del Museo Civico, Ottavia Baldini, e disse che, come segno di buona volontà per l’ingresso del suo fondo nell’immobile, desiderava donare al museo, a spese personali proprie e non del fondo, quindicimila euro per la stampa del catalogo sotto la responsabilità scientifica della professoressa Sartorelli. Chiedeva che il finanziamento fosse anonimo.

Quando Ottavia rispose che non poteva mantenere l’anonimato perché doveva indicare il donatore nel colophon, Corradino disse: “Metta come donatore Erasmo Verri, con la dicitura ‘un modenese silenzioso’. ”

Erasmo Verri era il nome del portiere del secondo piano di Palazzo Foresti. Corradino l’aveva scelto perché lo aveva letto sul citofono. Ottavia Baldini, che non sapeva chi fosse, accettò.

Due settimane dopo, Ottavia chiamò Filomena per informarla che un donatore anonimo aveva finanziato la stampa del catalogo con quindicimila euro e che il nome ufficiale del donatore era Erasmo Verri, “un modenese silenzioso”. Filomena sorrise, riagganciò, prese la giacca, scese al piano terra e mostrò l’email al portiere. Erasmo la lesse, rise e disse: “Signora, io in vita mia non ho mai avuto neanche i soldi per stampare i biglietti della lotteria del mio bocciofilo. Sono lusingato, la ringrazio della fama immeritata, ma questa cosa qualcuno l’ha fatta e sappiamo entrambi chi.

Se posso permettermi, salga al terzo piano e gli suoni il campanello. Non lo faccia oggi, lo faccia venerdì sera, quando rientra dal lavoro. Le prepari una piccola torta di mele. E non lo saluti a nome mio, lo saluti a nome suo.

Filomena non fece esattamente ciò che Erasmo aveva suggerito, ma fece qualcosa di simile. Venerdì sera, quando sentì la porta del terzo piano aprirsi e chiudersi, salì la piccola rampa di scale. Bussò. Corradino aprì, in maniche di camicia, con l’aria stanca di un uomo che aveva appena finito una riunione lunga a Milano.

Quando la vide, non parlò subito. “Dottor Manfredi, il signor Erasmo Verri le manda un piccolo grazie molto formale. Come amica del signor Verri e come diretta interessata al catalogo che lei ha finanziato, glielo trasmetto io. Aggiungo a nome mio una piccola cosa che non c’entra col catalogo.

Se un giorno vorrà mangiare una torta di mele fatta da una che sa fare bene soltanto due cose in cucina, che sono le torte di mele e le tagliatelle al ragù, sappia che il mio pianerottolo è al piano di sotto e la porta del sabato pomeriggio è di solito aperta. Buonanotte. ”

Non aspettò risposta. Scese le scale, rientrò in casa, chiuse la porta, si appoggiò al muro dell’ingresso e rise.

Aveva appena invitato a merenda il milionario più temuto di Modena e aveva chiuso la scena prima che lui potesse rispondere. Aveva applicato, senza saperlo, la piccola strategia che sua nonna paterna, la nonna Rosaria, le aveva insegnato quando aveva dodici anni: “Filomena, quando parlerai con gli uomini importanti, non offrire mai troppo. Offri quel poco che sai fare bene e dopo averlo offerto esci dalla stanza prima che loro possano rispondere. Chi resta a chiedere risposta perde.

Chi offre e se ne va vince sempre. ”

Corradino non venne il sabato successivo. Filomena non si stupì. Preparò comunque la torta di mele con la ricetta della nonna Rosaria e la portò alle sue vicine del secondo piano, la signora Ondina Bevilacqua e sua figlia Marisol, di sette anni, che la mangiarono in mezz’ora sul divano di Filomena.

Filomena si accorse in quel pomeriggio che per la prima volta da mesi non stava aspettando che accadesse nulla. Corradino venne il sabato dopo, due settimane dopo l’invito, alle 4:30 del pomeriggio. Filomena stava correggendo temi di quarta liceo quando sentì suonare il campanello. Aprì con il grembiule addosso, perché aveva iniziato a preparare le tagliatelle, non perché lo aspettasse, ma perché era diventata una piccola abitudine del sabato.

Corradino stava sul pianerottolo con un mazzo di dalie arancioni. Non era vestito da presidente di fondo: indossava un maglione blu di lana grossa, jeans e scarpe basse marroni. Sembrava un uomo di quarantun anni che aveva impiegato quattordici giorni a decidere se fosse ridicolo presentarsi con delle dalie. “Signora Sartorelli, se l’invito era ancora valido, ho preso queste al fioraio all’angolo.

Le dalie mi piacciono più delle rose. Se preferiva le rose, le dico che il fioraio è aperto per altri dieci minuti. ”

Filomena si tolse il grembiule e sorrise. “Le dalie vanno benissimo.

La torta di mele l’ho fatta due settimane fa. Oggi ci sono le tagliatelle al ragù, come le avevo detto. Se ha già mangiato, gliele tengo per domenica. Se non ha ancora mangiato, entri.

Lui entrò. Mentre si toglieva la giacca e chiedeva permesso di appoggiarla sulla sedia dell’ingresso, Filomena capì che qualcosa era già cambiato senza rumore. Non aveva l’espressione che aveva avuto due mesi prima davanti al consiglio di gestione. Non aveva neanche l’espressione controllata dell’uomo di affari che si concede una serata di svago.

Aveva l’espressione un po’ impacciata di un uomo di quarant’anni che per la prima volta in molti anni non era certo di stare facendo la cosa giusta. Non era una piccola espressione di conquista, era una piccola espressione di dubbio umano. Filomena, che leggeva le espressioni dei suoi studenti per mestiere, riconobbe quella nuova espressione come la più preziosa che avrebbe potuto ricevere. Corradino mangiò le tagliatelle, le finì e ne chiese una seconda porzione.

Filomena rise e gliela servì. Chiacchierarono per due ore. Non parlarono di ricerche di mercato, non parlarono di quadri estensi, non parlarono del catalogo. Parlarono invece del piccolo paese di Sassuolo dove Corradino era nato, della strada dove aveva imparato ad andare in bicicletta, della pasticceria dove suo padre lo portava la domenica quando lui aveva otto anni.

Suo padre era morto ventidue anni prima in un incidente sul lavoro alla ceramica di famiglia, e Corradino non ne aveva mai parlato con nessun collaboratore del suo fondo. Aveva imparato a Sassuolo che parlare del proprio padre morto era una cosa che il mondo dei manager non tollerava. Filomena lo ascoltò senza fare domande. Quando lui finì di raccontare, erano quasi le sette di sera.

La guardò con un’espressione che lei non aveva mai visto. “Signora Sartorelli, le devo un altro grazie in aggiunta a quelli che le devo già. È la prima volta in venticinque anni che parlo di mio padre con una persona che non è mio fratello. Non so perché sia successo oggi.

Non le prometto di tornare presto, perché non voglio essere invasivo. Le prometto invece di essere a disposizione per qualunque cosa serva al catalogo del museo. Le auguro una buona serata. ”

Se ne andò.

Filomena, che stava lavando i piatti, si accorse di fischiettare una piccola aria di Puccini che non fischiava dagli anni dell’università. Nei mesi successivi Corradino cominciò a venire più spesso, ma sempre con la sua piccola disciplina di formalità. Una volta il sabato di novembre, una volta il sabato di dicembre, tre volte a gennaio, quattro volte a febbraio. Non prese mai iniziative sentimentali, non fece mai tentativi galanti.

Portava ogni volta un piccolo dono simbolico, di massimo quindici o venti euro: un libro di poesie di Bassani, un barattolo di aceto balsamico invecchiato dodici anni, una scatola di baci Perugina. Filomena ogni volta cucinava una cosa nuova. Nel frattempo, con il finanziamento del donatore anonimo Erasmo Verri, il catalogo del museo era andato in stampa, con Filomena come direttrice scientifica ufficiale. Alla presentazione pubblica del quindici marzo, Corradino non venne.

Aveva chiesto a Ottavia Baldini di non essere invitato. Filomena, quella sera davanti a centoventi persone, ricevette il primo applauso pubblico serio della sua carriera. Al cocktail che seguì, Ottavia le sussurrò: “Filomena, il donatore anonimo mi ha chiesto una cosa strana. Mi ha chiesto se la prima copia numerata del catalogo può essere spedita in busta chiusa all’indirizzo di via del Duomo 34, secondo piano.

Ho pensato che fosse un errore. Ho controllato. È il tuo indirizzo. Perché il donatore anonimo dovrebbe mandare la prima copia del catalogo a te, che l’hai curato?

Filomena sorrise. “Ottavia, non ne ho idea. Ma se il donatore anonimo vuole spedire la prima copia numerata al mio indirizzo, lascialo fare. Fra donatori anonimi e curatori scientifici, le vie sono note soltanto alla contabilità.

La prima copia del catalogo arrivò tre giorni dopo. Sul frontespizio, una piccola dedica manoscritta in inchiostro nero: “A Filomena, che ha insegnato a un signor Verri e a un signor Manfredi che il torto vero non è mai quello che si è fatto, è quello che non si è saputo riparare con gratitudine. Il modenese silenzioso. ”

Filomena strinse il libro e lo posò sul comodino.

Quella sera alle 9:30 salì al terzo piano e bussò. Corradino aprì senza la minima espressione di chi si aspettasse qualcosa. Filomena disse: “Dottor Manfredi, sono venuta a chiederle una cosa. Non è una domanda su di lei, non è una domanda su di me, è una domanda tecnica sull’uso dell’aceto balsamico che mi ha portato tre mesi fa e che ho conservato senza usarlo per rispetto della sua origine.

Mi dà una mano ad aprirlo? La bottiglia è antica e temo di romperla. ”

Corradino la guardò, sorrise, prese la giacca dalla sedia dell’ingresso e scese al secondo piano. Aprì la bottiglia.

Filomena servì un piccolo cucchiaino a testa su due fette di parmigiano. Bevvero un piccolo bicchiere di lambrusco. Non parlarono del catalogo né della dedica del modenese silenzioso. Parlarono della sciatica di Erasmo, che aveva bisogno di ferie forzate, del gatto della piccola Marisol, che era scappato per una settimana ed era tornato con l’aria offesa, e del saggio sui pittori estensi che Filomena stava terminando e che aveva ormai duecentodieci pagine.

Corradino le fece una domanda su una tesi specifica di quel saggio. Filomena rispose. Lui ne fece un’altra. E una terza.

Fu così che Filomena si rese conto che l’uomo che aveva davanti aveva letto in sei mesi tutti gli articoli che lei aveva pubblicato negli ultimi cinque anni. Non l’aveva fatto per corteggiarla. L’aveva fatto per rispettarla. Quando Corradino se ne andò alle 11:30, dopo averla aiutata a lavare i piatti, si fermò sulla porta.

“Filomena, le chiedo una cosa che è la prima cosa che le chiedo in tutti questi mesi. Le chiedo di darmi del tu. Ho quarantun anni, lei ne ha trentaquattro. Non c’è motivo per continuare con il lei.

Ci ho pensato per settimane e le prometto che è la sola richiesta che mi permetto. Se preferisce mantenere il lei, manterrò il lei anch’io per sempre. ”

Filomena disse: “Corradino, va bene, ci diamo del tu. A partire da domani.

Però stasera è ancora una serata di formalità. ”

Corradino rise. “Filomena, hai un modo elegante di comprare tempo che ho visto soltanto nei diplomatici. Buonanotte.

Da quel sabato cominciarono a darsi del tu. Non successe nulla di romantico ufficiale nei tre mesi successivi. Corradino continuò a venire il sabato pomeriggio, Filomena continuò a cucinare. Le cene erano diventate cinque a settimana.

La domenica andavano insieme al Museo Civico a controllare l’allestimento, poi camminavano lungo via Emilia fino alla piccola pasticceria di via Farini, dove prendevano un caffè. Un pomeriggio di maggio, seduti al tavolino del bar, Corradino disse:

“Filomena, ti chiedo un’ultima cosa, ed è l’ultima che ti chiederò senza esserne certo. Ho preparato questa proposta da tre settimane. Non ho il coraggio di farla né in casa mia né in casa tua, perché ho paura di rovinare le due case in cui ci vediamo.

La faccio qui perché il bar è pieno di persone e mi fa paura di meno. Vorrei chiederti se dopo sette mesi di sabati non ti sembra il caso di considerarci due persone che frequentano ufficialmente. Non ti chiedo di sposarmi, non ti chiedo di venire a vivere con me. Ti chiedo soltanto se, quando qualcuno la prossima volta ti chiederà chi sono io, tu potrai dire che sono il tuo compagno.

Se la risposta è sì, prendo il conto e usciamo. Se la risposta è no, prendo il conto, usciamo lo stesso e da lunedì torniamo a essere due vicini di pianerottolo che si salutano con un cenno del capo. Non ti chiedo di rispondere subito, ti chiedo di rispondermi entro la fine del caffè. Sono cinque minuti.

Basteranno. ”

Filomena guardò il suo caffè. Aveva ancora tre sorsi da bere. Bevve il primo sorso, guardò Corradino.

Bevve il secondo. Posò la tazzina e bevve il terzo. Poi rispose: “Corradino, la risposta è sì. E non hai bisogno del conto.

Il caffè te l’ho pagato io stamattina quando siamo entrati, mentre eri distratto dal quadro sul muro. È il mio piccolo modo di essere un compagno. Mi paghi tu la torta della prossima settimana. ”

Sono passati quattro anni da quel pomeriggio al bar.

Filomena e Corradino non si sono sposati, non hanno voluto. Vivono ancora nei due appartamenti di Palazzo Foresti, il secondo e il terzo piano, con la piccola convenzione familiare che la cena la fanno insieme cinque sere a settimana al piano di lei, e la colazione al piano di lui. Le altre due sere ognuno dispone come vuole. Corradino ha ridotto la sua attività al Manfredi Group, ha lasciato la presidenza a un vicepresidente e si occupa personalmente soltanto della piccola divisione culturale che investe nei musei di provincia.

Filomena ha terminato il suo saggio, pubblicato con il titolo “Il Correggio a Modena”, e ha ricevuto il premio Ariosto per la saggistica di provincia italiana. Non ha lasciato il liceo, perché ama insegnare ai suoi studenti di quarta. Non hanno figli: Filomena, cinque mesi dopo essere diventata la sua compagna ufficiale, gli aveva parlato onestamente di una piccola anomalia clinica ereditaria che rendeva la gravidanza estremamente rischiosa per la sua salute. Corradino aveva risposto dopo dieci giorni di riflessione che comprendeva completamente, che il tema della genitorialità non era mai stato una sua priorità, e che se un giorno insieme avessero voluto occuparsi di un bambino, avrebbero potuto sostenere una casa famiglia della provincia di Modena.

Da allora frequentano una piccola casa famiglia di Formigine, dove il sabato mattina aiutano i bambini più piccoli con i compiti. Il portiere Erasmo Verri va in pensione fra due mesi. Alla piccola festa organizzata nel cortile del palazzo la settimana scorsa, Filomena e Corradino gli hanno regalato un viaggio in Sicilia con la moglie, come ringraziamento per aver coordinato con il proprio nome il finanziamento del catalogo di quattro anni prima. Erasmo, che ormai è un signore di sessantasette anni, ha riso, ha accettato e ha detto a tutti i condomini che il vero merito del suo piccolo colpo era stato far consegnare una lettera di scuse a una vicina di pianerottolo.

Nessuno gli ha creduto. Erasmo ha continuato a sorridere per tutto il pomeriggio. Filomena esce ogni mattina alle 7:30 per andare a scuola. Corradino esce alle 8:15 per raggiungere la sede modenese del Manfredi Group.

Erasmo, per gli ultimi due mesi di servizio, sta ancora al banco del piano terra. La piccola vicina che aveva sette anni quando la storia è cominciata ne ha undici, frequenta la prima media e ogni sabato mattina sale al secondo piano da Filomena per farsi aiutare con i compiti di italiano. Prende sempre una fetta della torta della settimana. Al terzo piano, Corradino ha ristrutturato l’appartamento, ha ridotto gli arredi di lusso e ha allestito una piccola biblioteca privata di duemila volumi di storia dell’arte, sul modello di quella del bisnonno di Filomena.

La domenica i due appartamenti hanno le porte aperte sul pianerottolo. Se sale qualche vicino nuovo, viene invitato per un caffè. Sul davanzale del secondo piano di via del Duomo 34 fioriscono ancora ogni ottobre i gerani rosa, come piccolo promemoria della prima consegna che diede il via a tutto. Filomena ogni ottobre li innaffia alle 7:32 del mattino.

Corradino ogni ottobre, dalla finestra del terzo piano, la guarda innaffiare. Non le grida buongiorno, non le fa cenno con la mano. Si limita a stare in piedi accanto alla propria finestra con un piccolo caffè fumante in mano e ad aspettare che lei alzi lo sguardo. Filomena alza lo sguardo ogni volta, esattamente al terzo geranio innaffiato.

Ridono entrambi, poi tornano ognuno alla propria giornata. Se un giorno qualcuno chiedesse loro quale sia il segreto di una piccola relazione che dura, risponderebbero probabilmente la stessa frase imparata senza saperlo dalla nonna Rosaria, in un piccolo pomeriggio di trentacinque anni fa: che il segreto è offrire quel poco che si sa fare bene, uscire dalla stanza prima di ricevere risposta, e restare senza fretta sulla stessa scala del palazzo dove è cominciata la piccola commedia. Perché le piccole commedie italiane di provincia, se si concedono il tempo che serve, si trasformano quasi sempre in piccole grandi opere di vita quotidiana che nessuna Alinari di Firenze potrà mai stampare, ma che restano appese per sempre sui davanzali di gerani rosa e dalie arancioni di qualche pianerottolo qualunque, sotto una piccola Ghirlandina di provincia, dove due persone hanno smesso un pomeriggio di ottobre di aver paura l’una dell’altra e hanno cominciato, senza saperlo, a farsi compagnia.