Mia madre mi stava umiliando davanti a tutti, sostenendo che vivevo grazie ai suoi soldi. Io sono rimasta calma e ho fatto una chiamata. Pochi istanti dopo il terminale ha smesso di accettare la sua carta e il motivo portava il mio nome. Sono andata da mia madre alle due del pomeriggio, come mi aveva ordinato.

Non me l’aveva chiesto, me l’aveva ordinato. Lei non vedeva alcuna differenza e anch’io avevo smesso da tempo di cercarla. La casa si trovava nella stessa strada in cui ero cresciuta, grigia, a due piani, con l’intonaco scrostato e le grondaie arrugginite. Mia madre non aveva mai speso soldi per le ristrutturazioni.
Diceva che non serviva a nulla, tanto sarebbe morta presto e avrebbe lasciato tutto a Silvio. Me lo diceva dritto in faccia, con calma, come se mi stesse comunicando le previsioni del tempo. Ho parcheggiato sul bordo del marciapiede, sono scesa dall’auto e ho sentito subito la voce di Darina, mia nuora. Era in piedi sulla veranda, fumava e mi guardava con pigra curiosità.
“Ah, Ornella, sei tornata con quella carretta? ” Darina indicò la mia auto, una vecchia Fiat Panda. “Silvio ne ha comprata una nuova, l’hai vista? ”
Non risposi.
Le passai accanto ed entrai in casa. Mi tolsi la giacca e la appesi a un gancio nell’ingresso. Darina mi seguì, ancora con la sigaretta in mano, anche se mia madre non sopportava il fumo in casa. Ma a Darina era permesso.
A Darina era sempre permesso. Dalla cucina giunse la voce di mia madre. “Ornella? Finalmente.
Ti aspettiamo già da mezz’ora. ”
Ho guardato l’orologio. Erano esattamente le due in punto. Ero arrivata in perfetto orario, ma non ho voluto discutere.
Sono entrata in cucina. Mia madre era ai fornelli, stava mescolando qualcosa in una pentola. Marilla Baldati, sessantatré anni, robusta, con lineamenti marcati e un’espressione perennemente scontenta. Si voltò, mi lanciò un’occhiata veloce, valutante, e tornò a rivolgersi ai fornelli.
“Siediti”, disse seccamente. “Mi aiuterai ad apparecchiare la tavola. ”
Silvio era seduto a capotavola, sprofondato sulla sedia e sfogliava il telefono. Il mio fratello minore, trentaquattro anni, spalle larghe, abbronzato, con i capelli corti e un sorriso perenne.
Alzò gli occhi, mi fece un cenno con la testa, ma non disse nulla. Accanto a lui sedeva Lelio, mio marito. Anche lui guardava il telefono, ma quando sono entrata ha alzato lo sguardo e mi ha sorriso. “Ciao Ornella, come va?
”
La sua voce era calda, quasi compassionevole. Sapevo che era una bugia. Lelio sapeva parlare con calore quando gli conveniva. “Bene”, risposi e mi sedetti di fronte a lui.
Darina si sedette accanto a Silvio, gli posò una mano sulla spalla. Mia madre mise la pentola sul tavolo e cominciò a distribuire nei piatti lo stufato di carne con le patate. Mi chinai per darle una mano, ma lei fece un gesto di diniego. “Non serve, tanto non lo distribuirai bene.
”
Silvio grugnì. Darina rise sottovoce. Lelio taceva, ma vidi un sussulto all’angolo della sua bocca. Abbiamo iniziato a mangiare.
Per i primi cinque minuti a tavola regnava il silenzio, si sentiva solo il tintinnio delle forchette sui piatti. Poi mia madre posò la forchetta e mi guardò. “Ornella, quando è stata l’ultima volta che avevi un aspetto normale? I capelli sono spettinati, il viso è pallido.
Almeno al lavoro ti dai da fare o anche lì a nessuno importa come ti presenti? ”
Masticai una patata. La inghiottii. “Ho un aspetto normale”, risposi.
“Normale per chi? ” Mia madre sbuffò. “Lelio, diglielo. Non sembra nemmeno una donna, sempre con quei jeans, quei maglioni smessi, come se non le importasse nulla.
”
Lelio alzò le spalle. “Beh, non lo so. Mi sembra che sia tutto normale. ”
“Ti sembra così perché ci sei abituato”, ribatté la madre.
“E io vedo che mia figlia sembra una vecchia. Hai trentasette anni, Ornella, non cinquanta. ”
Silvio alzò lo sguardo dal piatto. “Mamma, ma perché lo dici?
Ornella sa già che deve prendersi cura di sé. Vero, sorellina? ” Sorrise. Un sorriso ampio, amichevole.
Lo guardai e non risposi. Darina si chinò verso il marito e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Silvio annuì sorridendo. Mia madre continuò: “Potresti almeno comprarti una crema o andare dal parrucchiere?
Ti dispiace spendere soldi? Non ti pagano abbastanza al magazzino? ”
“È abbastanza”, dissi. “È abbastanza”, mi imitò mia madre.
“Silvio lì guadagna il doppio di te e riesce comunque ad avere un bell’aspetto. ”
“È capocantiere”, feci notare. “Ha un altro incarico. ”
“E allora?
” Mia madre inarcò un sopracciglio. “Questo significa che puoi presentarti in qualsiasi modo? Lelio, non ti vergogni di farti vedere in pubblico con una moglie del genere? ”
Lelio mi guardò.
Esitò. Poi disse: “Ornella, forse è vero che dovresti cambiare qualcosa. Beh, nell’acconciatura, per esempio. Non prendertela, è solo che la mamma vuole che tu abbia un aspetto migliore.
”
Posai la forchetta sul tavolo. Lo guardai. Lui non distolse lo sguardo, ma vidi che deglutiva. “Va bene”, dissi.
“Ne terrò conto. ”
Mia madre annuì soddisfatta. “Brava ragazza, ascolta i più grandi. Noi ti vogliamo bene.
”
Silvio si chinò di nuovo sul piatto. Darina prese un pezzo di carne, masticò guardando fuori dalla finestra. Lelio tornò a mangiare. Anch’io presi la forchetta, ma non avevo più voglia di mangiare.
I successivi trenta minuti trascorsero parlando dei lavori di ristrutturazione nel cantiere dove lavorava Silvio, della nuova vicina che, secondo mia madre, si comportava in modo sconveniente, e della televisione che mia madre aveva intenzione di comprare a mio fratello. Ne parlò a lungo e con entusiasmo, come se l’acquisto di un televisore fosse un evento di portata nazionale. “Domenica prossima andremo al centro commerciale”, annunciò. “Tutti insieme.
Ho già adocchiato un modello, ma bisogna vederlo dal vivo. Silvio, sei libero? ”
“Sì, mamma, sono libero. ”
“Darina?
”
“Certo, Marilla. ”
“Lelio, verrai anche tu. Ornella, anche tu. Non osare dire che hai da fare.
”
Alzai lo sguardo. “Potrei avere il turno. ”
“Chiedi un giorno libero”, tagliò corto mia madre. “È una questione di famiglia, dobbiamo stare tutti insieme.
”
Rimasi in silenzio. Mia madre lo interpretò come un sì. “Bene, ci vediamo lì alle undici. Poi pranzeremo in un bar.
Offro io. Anzi, Ornella, tu pagherai da sola. Non posso mica sfamare tutti. ”
Silvio sbuffò.
Darina sorrise. Lelio mi guardò, poi distolse lo sguardo. Mia madre continuò: “Lo capisci, non sono ricca. Silvio mi aiuta e tu?
Tu fatichi a guadagnarti da vivere. ”
Mi alzai da tavola e cominciai a raccogliere i piatti. Mia madre non mi fermò. Portai i piatti nel lavandino, aprii l’acqua e cominciai a lavarli.
Dietro di me sentivo le loro voci. Mia madre raccontava di uno scandalo in un negozio, Darina rideva, Silvio ogni tanto interveniva con qualche commento. Lelio taceva, ma sapevo che stava ascoltando. Quando finii di lavare i piatti, mi asciugai le mani con un asciugamano e uscii dalla cucina.
Mia madre mi chiamò: “Ornella, dove vai? ”
“A casa”, risposi. “Già? Non abbiamo ancora bevuto il tè.
”
“Scusa, sono stanca. ”
Mia madre strinse le labbra, ma non disse nulla. Indossai la giacca e uscii in strada. Darina era di nuovo sulla veranda a fumare.
“Scappi? ” mi chiese. “Vado a casa”, risposi. “Da Lelio?
”
Mi fermai, la guardai. Darina sorrise, tirò una boccata di sigaretta. “Te lo sto solo chiedendo, voi vivete insieme, no? ”
“Sì”, mentii.
“Strano. Lelio diceva che te ne vai spesso, che hai degli affari da sbrigare. ”
Non risposi. Mi sedetti in macchina, accesi il motore e me ne andai.
Nello specchietto retrovisore vidi Darina che mi guardava allontanarmi, sempre sorridendo. Attraversai tutta Sassari, passando per i quartieri antichi, davanti alla chiesa di Santa Maria di Betlemme, davanti alla piazza dove nei fine settimana si vendevano verdure e vestiti a buon mercato. La città era piccola, tutti si conoscevano e avevo sempre paura che qualcuno mi vedesse andare in un quartiere che non era il mio. Ma oggi era domenica, le strade si erano svuotate dopo pranzo e sono arrivata in periferia senza intoppi.
Mi fermai davanti a un anonimo edificio di quattro piani, salii al terzo piano e aprii la porta dell’appartamento. Qui era silenzioso, pulito, vuoto. Due sedie, un tavolo, un divano che avevo comprato in un negozio dell’usato tre anni fa. Sul tavolo c’era una pila di fogli, bollette, ricevute, vecchie lettere.
In un angolo c’era una scatola con le cose che avevo portato via da casa di Lelio poco a poco, una maglietta alla volta, un paio di jeans alla volta, in modo che nessuno se ne accorgesse. Mi sono tolta la giacca, l’ho gettata sul divano, mi avvicinai alla finestra. Da lì si vedeva un terreno incolto, alcuni garage e, dietro di essi, le colline. Il cielo si stava coprendo di nuvole.
Mi sedetti sul divano, tirai fuori il telefono e aprii i messaggi. Ce n’era uno non letto, da Lelio, inviato un’ora prima. “Non prendertela con la mamma, è solo preoccupata per te. ”
Non risposi.
Appoggiai il telefono sul tavolo, mi appoggiai allo schienale del divano e chiusi gli occhi. Un minuto dopo il telefono vibrò di nuovo. Aprii gli occhi, guardai lo schermo. Era di nuovo Lelio.
“Dove sei? Sto per tornare a casa. ”
Con “a casa” intendeva il nostro appartamento, dove non dormivo già da otto mesi. Lo sapeva, ma faceva finta di non accorgersene.
Per lui era più comodo così. Ho digitato la risposta. “Sono da un’amica, tornerò tardi. ”
Ho inviato il messaggio.
Ho bloccato il telefono. Sul tavolo c’era una busta che avevo ricevuto la settimana scorsa. Dentro c’era una lettera dell’avvocato, breve, al sodo. I documenti sono pronti, se serve chiami.
Ho guardato la busta, poi ho distolto lo sguardo. Le prime gocce di pioggia hanno iniziato a battere contro la finestra. Sono arrivata al magazzino alle sette del mattino, come al solito. La giornata lavorativa iniziava alle otto, ma arrivavo sempre prima.
Mi piaceva quel momento, quando in ufficio non c’era ancora nessuno, solo la guardia Tonino che sonnecchiava nella guardiola all’ingresso. Il magazzino di materiali edili, Edil Service, si trovava alla periferia di Sassari, in una zona industriale dove tutti gli edifici sembravano ugualmente grigi e anonimi. Lavoravo come addetta alla logistica, prendevo gli ordini, controllavo le consegne, appianavo i conflitti tra autisti e magazzinieri. Il lavoro era noioso, ma stabile.
Mi bastava. Salii al secondo piano, in ufficio, accesi il computer e misi su il bollitore. Fuori dalla finestra spuntava il mattino, il cielo da nero diventava grigio, poi pallido, azzurro. Ero seduta alla scrivania, bevevo il tè e sistemavo le bolle di consegna del giorno prima.
Alle otto e mezza arrivò Luigia, la contabile. Mi fece un cenno con la testa, appese la giacca e si sedette alla sua scrivania nell’angolo della stanza. Non ci scambiammo una parola. Luigia mi considerava strana, lo capivo dal modo in cui mi guardava, veloce e di sbieco, come se temesse che me ne accorgessi.
Alle otto è arrivato il capo, Roberto Fieschi, un uomo sulla cinquantina, con le stempiature e il viso perennemente arrossato. È passato davanti alla mia scrivania, borbottando: “Buongiorno. ” Ho annuito. È scomparso nel suo ufficio sbattendo la porta.
Luigia mi ha guardato, poi si è voltata verso il computer. Le prime due ore sono trascorse nella routine. Telefonate, ordini, chiarimenti. Alle dieci ha chiamato uno degli autisti, Marco, urlando al telefono che l’indirizzo era sbagliato e che non riusciva a trovare il posto.
Gli ho dettato con calma le coordinate un’altra volta. Lui mi ha data della stupida e ha riattaccato. Appoggiai il telefono sul tavolo e tornai alle bolle di consegna. Luigia mi lanciò un’occhiata di traverso.
“Ti parla sempre così? ”
“Sì. ”
“E tu non dici niente? ”
“A che scopo?
”
Lei alzò le spalle, poi si rimise a fissare lo schermo. Sapevo che parlava male di me con gli altri. Sapevo che tutti mi consideravano una nullità. Non mi importava.
Alle undici squillò il mio cellulare. Guardai lo schermo. Un numero sconosciuto. Risposi.
“Pronto? ”
“Ornella, sono Guido”, disse una voce familiare. “Argenti? Come va?
”
Guido Argenti. Avvocato. Amico di mio padre fin dai tempi della gioventù, quando studiavano insieme all’Università di Cagliari. Magro, con i capelli grigi, sempre in giacca e cravatta, che profumava di tabacco e libri antichi.
L’avevo visto l’ultima volta sei mesi prima, quando ero andata nel suo ufficio a firmare dei documenti. “Tutto bene”, risposi. “È successo qualcosa? ”
“No, va tutto bene.
Volevo solo ricordarti che i documenti sono pronti. Se ti serve qualcosa, sono a disposizione in qualsiasi momento. ”
Rimasi in silenzio. Luigia alzò la testa e mi guardò.
“Ornella, mi senti? ” chiese Guido. “Sì, ti sento, grazie. ”
“Sei sicura che sia tutto a posto?
Hai bisogno di qualcosa? ”
“Per ora no. ”
“Bene. Se serve qualcosa chiama, sono sempre raggiungibile.
”
Riattaccò. Riposi il telefono nella borsa. Luigia mi guardava ancora. “Chi era?
” chiese. “Un avvocato. ”
“Un avvocato? A cosa ti serve un avvocato?
”
“Questioni personali. ”
Lei sbuffò, si voltò dall’altra parte. Io tornai al lavoro. Nella mia testa c’era un solo pensiero.
I documenti sono pronti. Lo ripetevo tra me e me, come un mantra. I documenti sono pronti. Questo significava che tutto ciò che avevo fatto negli ultimi cinque anni aveva un senso.
Di mio padre era rimasto ben poco, una casa in periferia che aveva ereditato da sua madre e un conto in banca. Un conto davvero piccolo, qualcosa come ventimila euro. Mio padre aveva messo da parte quei soldi per tutta la vita, risparmiando poco a poco, anche se mia madre gli chiedeva continuamente di darle tutto. Lui non glieli dava.
Era testardo mio padre, tranquillo ma testardo. Quando morì, mia madre si affrettò subito a dividere l’eredità. Si scoprì che aveva una vecchia procura, mio padre l’aveva firmata vent’anni prima, quando partì per andare a lavorare a Genova e temeva che gli succedesse qualcosa. Mia madre si è avvalsa di quella procura, trasferendo la maggior parte dei beni a sé e a Silvio.
A me sono toccate le briciole, una casa in periferia di cui nessuno aveva bisogno e cinquemila euro. Non ho fatto storie. Ho semplicemente preso la mia parte e me ne sono andata. Ma la casa non l’ho venduta.
L’ho data in affitto e ho iniziato a mettere da parte i soldi. Seicento euro al mese. In cinque anni si è accumulata una bella somma. E poi è successo qualcosa che non mi aspettavo.
Tre anni fa Guido mi ha chiamato e mi ha detto che dovevamo vederci. Ci siamo incontrati nel suo ufficio, ha tirato fuori una cartella con dei documenti e mi ha spiegato che prima di morire mio padre aveva redatto un’altra procura segreta a mio nome. Grazie a quella ho avuto accesso alla gestione del conto di mia madre. Non ai soldi, ma alla gestione.
Formalmente ero io la titolare del conto, ma mia madre poteva usare i soldi finché non avessi deciso di bloccare l’accesso. “Perché l’ha fatto? ” chiesi allora. Guido mi guardò a lungo.
“Tuo padre sapeva che Silvio si sarebbe indebitato. Voleva proteggere ciò che era rimasto e si fidava di te più che di chiunque altro. ”
Presi i documenti, firmai tutto il necessario e me ne andai. Per tre anni rimasero in una busta sul tavolo del mio appartamento in affitto.
Non li toccai. Non ci pensai. Ma erano lì. Sempre.
La giornata lavorativa finì alle sei di sera. Spensi il computer, salutai Luigia e scesi al piano di sotto. All’uscita mi imbattei in Marco, l’autista che quella mattina mi aveva data della stupida. Era in piedi davanti al cancello, fumava e parlava con un altro autista, Paolo.
Mentre gli passavo accanto, Marco mi chiamò. “Ehi Ornella! ”
Mi sono fermata, mi sono voltata. “Che c’è?
”
“Ti scuserai per avermi dato l’indirizzo sbagliato? ”
“L’indirizzo era giusto. ”
“No, era sbagliato. Per colpa tua ho perso un’ora.
”
Paolo ha sorriso. Ho guardato Marco, poi mi sono girata e sono andata verso l’auto. “Ehi! Sto parlando con te!
” mi gridò dietro. “Ma tu, in generale, consideri le persone come persone? ”
Non mi voltai. Mi sedetti in macchina, accesi il motore e me ne andai.
Nello specchietto vidi Marco che mi mostrava il dito medio. Ho attraversato il centro di Sassari passando per Piazza Castello, per le vecchie stradine dove i turisti fotografavano le chiese e bevevano l’aperitivo nei bar all’aperto. Era l’inizio della sera, il sole stava tramontando e la città sembrava quasi bella. Mi sono fermata davanti a un piccolo bar in Via Roma e sono entrata.
Guido era già seduto a un tavolino vicino alla finestra con un espresso davanti a sé. Ha alzato la testa, mi ha vista e ha annuito. Mi sono seduta di fronte a lui. “Vuoi qualcosa?
” mi chiese. “Un caffè. ”
Chiamò la cameriera e ordinò un altro espresso. Restammo in silenzio finché non portarono il caffè.
Bevvi un sorso, posai la tazza sul tavolo. Guido mi guardava attentamente con aria indagatrice. “Sembri stanca”, disse. “Sono stanca.
”
“Per il lavoro? ”
“Per tutto. ”
Lui annuì, bevve un sorso del suo caffè. “Ornella, non ti ho chiamata per caso.
Volevo assicurarmi che ti ricordassi dei documenti e che fossi pronta a usarli se necessario. ”
“Me ne ricordo. ”
“E sei pronta? ”
Lo guardai.
“A cosa? ”
“A quello che succederà se blocchi l’accesso al conto. Tua madre non te lo perdonerà. Andrà in tribunale.
Dirà a tutti che le hai rubato i soldi. Sei pronta a questo? ”
Rimasi in silenzio. Guido continuò: “So che la tua famiglia è complicata.
Me l’ha raccontato tuo padre. Era preoccupato per te. Voleva che tu avessi una protezione. Ma la protezione funziona solo quando la usi.
”
“Lo so”, dissi. “Allora perché esiti? ”
“Perché è pur sempre mia madre. ”
Guido posò la tazza, mi guardò a lungo e con serietà.
“Ornella, tua madre cinque anni fa ha contratto un prestito a tuo nome. Lo sapevi? ”
Mi bloccai. “Cosa?
”
“Un prestito, trentamila euro. Ha usato i tuoi vecchi documenti e una firma falsa. I soldi sono serviti a tirare fuori Silvio dai debiti. Ricevi solleciti dalla banca?
”
Mi sono ricordata delle lettere che mi erano arrivate negli ultimi sei mesi. Non le avevo aperte. Pensavo fosse spam. “Io non lo sapevo.
”
“Ora lo sai. Ho le prove. Copie dei documenti. Se vuoi fare causa, ti aiuterò.
Ma prima bisogna risolvere la questione del conto. ”
Lo guardavo senza battere ciglio. Avevo la mente vuota. “Perché l’ha fatto?
”
“Perché ha sempre fatto così. Prendeva ciò che le serviva e non chiedeva il permesso. ”
“Tuo padre lo sapeva? ”
“Per questo ha intestato la procura a te.
”
Abbassai lo sguardo sulla tazza. Il caffè si era raffreddato. Guido sospirò. “Non ti sto mettendo pressione.
Voglio solo che tu capisca. Tua madre non cambierà. Continuerà a prendere finché non la fermerai. E se non la fermi, si prenderà tutto.
”
Alzai lo sguardo. “Cosa devo fare? ”
“Chiamami. Dimmi una sola parola.
Al resto ci penso io. ”
Annuii. Guido tirò fuori il portafoglio, posò sul tavolo alcune monete e si alzò. “Pensaci, Ornella.
Ma non troppo a lungo. ”
Se ne andò. Rimasi seduta al tavolino, guardando fuori dalla finestra. In strada si accesero i lampioni.
La gente passava, rideva, parlava. Finii il caffè ormai freddo, mi alzai, uscii dal bar. Camminai lungo Via Roma, passando davanti a negozi e botteghe chiuse, davanti alla chiesa di San Pietro in Silki, dove nove anni prima io e Lelio ci eravamo sposati. Mi fermai all’ingresso, guardai le pesanti porte di legno.
Dentro c’era la luce accesa. Sentivo cantare. Lì si stava celebrando la funzione serale. Rimasi lì un minuto, poi mi voltai e proseguii verso l’auto.
Il centro commerciale si trovava all’uscita di Sassari, un enorme edificio di cemento con vetrate a specchio e un parcheggio da trecento posti. Sono arrivata alle undici e cinquanta, ho parcheggiato in fondo, lontano dall’ingresso. Sono rimasta in macchina, guardando la gente che entrava e usciva con carrelli, borse della spesa e bambini. Una domenica come tante.
Alle undici in punto mi ha chiamato mia madre. “Ornella, dove sei? ”
“Nel parcheggio. ”
“Siamo già dentro, all’ingresso del reparto elettronica.
Vieni subito. ”
Riattaccò senza aspettare risposta. Scesi dall’auto e mi diressi verso l’ingresso. L’aria era calda, quasi soffocante, anche se era solo aprile.
Il cielo era coperto da una coltre grigia che prometteva pioggia per la sera. All’interno del centro commerciale faceva fresco ed era rumoroso. La musica usciva dagli altoparlanti, la gente si accalcava davanti alle vetrine, i bambini gridavano, da qualche parte qualcuno faceva cadere qualcosa di metallico. Il tintinnio risuonava in tutto il salone.
Passai davanti al negozio di abbigliamento, davanti al bar, girai a sinistra, verso la zona dell’elettronica. Mia madre era in piedi davanti allo stand dei televisori, accanto a Silvio e Darina. Marilla stava spiegando qualcosa al commesso, un uomo sulla trentina, con una camicia blu e un badge sul petto. Lui annuiva, indicava gli schermi, sorrideva in modo professionale e stanco.
Mi avvicinai. Mia madre si voltò, mi lanciò un’occhiata. “Finalmente, siamo qui già da mezz’ora. ”
“Sono arrivata in tempo”, dissi.
“Non discutere, guarda piuttosto quale televisore scegliamo. ”
Indicò l’enorme schermo appeso alla parete, con una diagonale di almeno sessantacinque pollici, il cui prezzo sul cartellino era di duemilaottocento euro. “Bello, vero? ” disse Darina.
“Silvio lo sognava da tempo. ”
Silvio era lì accanto, con le mani in tasca e osservava il televisore con evidente piacere. “È costoso”, osservai. Mia madre mi guardò come se avessi detto qualcosa di sconveniente.
“Certo che è costoso, è un prodotto di qualità, non come quelle cianfrusaglie che compri tu. ”
“Io non ho la televisione. ”
“Appunto. Perché tu risparmi su tutto.
E Silvio merita di meglio, lavora, si impegna, non come certi altri. ”
Non fece il mio nome, ma tutti capirono a chi si riferisse. Il consulente tossì imbarazzato. Darina mi guardò, poi distolse lo sguardo, come se mi vergognassi del mio televisore inesistente.
“Prendiamo questo”, disse mia madre al consulente. “Proceda. ”
Il consulente annuì e iniziò a scrivere qualcosa sul tablet. Mia madre continuava a parlare senza smettere un attimo, di come avesse scelto il modello giusto, di quanto tempo avesse passato a studiare le caratteristiche, di quanto Silvio sarebbe stato felice quando avrebbero portato il televisore a casa e lo avrebbero installato in salotto.
Darina annuiva, Silvio annuiva. Io stavo in disparte, in silenzio. “Una vera famiglia deve aiutarsi a vicenda”, disse la madre guardandomi. “Sostenersi, rallegrarsi dei successi.
Lo capisci, Ornella? ”
Non risposi. La madre sbuffò. “Certo che non lo capisci, sei sempre stata una solitaria.
”
Aspettammo che il consulente completasse l’ordine. Ci vollero una decina di minuti. Mia madre parlava senza sosta, saltando da un argomento all’altro. Ora della TV, ora dei vicini, ora di quanto fosse diventato tutto caro ultimamente.
Io stavo lì, guardando i cartellini dei prezzi, le persone che passavano. Il tempo non passava mai. Quando tutto fu pronto, mia madre pagò con la carta, il commesso assicurò che il televisore sarebbe stato consegnato mercoledì. Uscimmo dal reparto elettronica.
Mia madre camminava davanti, Silvio e Darina al suo fianco, io chiudevo la fila. Attraversammo tutto il centro commerciale, passando davanti alle vetrine, alla gente, agli stand pubblicitari. Mia madre si fermò davanti a un cartello. “Bene, ora andiamo alla food court.
Ho promesso di offrire da mangiare a tutti. ”
“Mamma, forse è meglio di no”, disse Silvio. “Possiamo andare a casa, pranzare lì? ”
“No”, tagliò corto mia madre.
“Ho detto che vi offro da mangiare, quindi ve lo offro. Ornella, vieni con noi? ”
Volevo dire “No”. Volevo girarmi e andarmene.
Ma annuii. Non so perché. Probabilmente per abitudine. Salimmo al secondo piano, dove si trovava la food court.
Un’enorme sala con decine di tavoli e banconi di ristoranti lungo il perimetro. C’era odore di fritto, di dolce, di spezie. Mia madre si fermò, si guardò intorno e indicò con il dito la pizzeria. “Laggiù.
Pizza. Tutti amano la pizza. ”
Ci avvicinammo al bancone. Mia madre iniziò a ordinare senza chiedere cosa volesse ciascuno.
Quattro pizze, un’insalata, delle bevande. La cassiera batté lo scontrino. Mia madre tirò fuori il portafoglio, prese la carta e la porse alla cassiera. Poi si voltò verso di me.
“Ornella, pagherai la tua parte a parte. ”
La guardai. “Cosa? ”
“Tu paghi per te stessa a parte.
”
Mia madre lo pronunciò lentamente, sillaba per sillaba, come se fossi stupida. “Offro a Silvio e Darina. E tu sei una donna adulta, puoi pagarti da sola. ”
La cassiera si bloccò con la carta di mia madre in mano.
Silvio si voltò dall’altra parte, Darina si morse il labbro, ma un sorriso le sfuggì comunque. Intorno c’era gente che ascoltava, guardava. “Perché? ” chiesi.
“Perché ho deciso così”, rispose mia madre. “O pensi che debba mantenerti per tutta la vita? Non sei più una bambina, Ornella. ”
“Neanche Silvio è un bambino.
”
Mia madre socchiuse gli occhi. “Silvio mi aiuta, mi dà i soldi ogni mese. E tu? Tu cosa fai per me?
”
“Niente”, dissi. “Non faccio niente per te. ”
“Appunto. Quindi paga da sola.
”
Si voltò verso la cassiera, fece un cenno. La cassiera avvicinò la carta al terminale. L’operazione andò a buon fine. Mia madre prese lo scontrino, mi guardò.
“Dai, tira fuori il portafoglio o non hai soldi? Come al solito? ”
La gente dietro di noi cominciò a brontolare. Qualcuno disse: “Sbrigatevi.
” Mia madre alzò la voce: “Non riesci nemmeno a pagare per te stessa, mi sei sempre stata sulle spalle per tutta la vita. ”
Lo disse ad alta voce in modo che tutta la sala la sentisse. Alcune persone si voltarono. Darina ridacchiò.
Silvio guardava da qualche parte di lato con il volto impassibile. Guardai mia madre, poi tirai fuori il telefono dalla tasca. Aprii la conversazione con Guido, digitai tre parole: “Bloccate il conto subito. ” Premetti invia.
Rimisi via il telefono. Mia madre mi guardava con irritazione: “Ma cosa fai? Stai sul telefono mentre ti parlo? Perché non hai ancora pagato?
”
Non risposi. Tirai fuori il portafoglio, presi dieci euro e li posai sul bancone. La cassiera prese i soldi e mi diede il resto. Presi la mia pizza e la bevanda e mi allontanai.
Mia madre sbuffò, prese il vassoio con le altre ordinazioni e condusse tutti a un tavolo vicino alla finestra. Ci sedemmo. Mia madre distribuì la pizza, versò le bevande, disse qualcosa su quanto fosse bello passare del tempo con tutta la famiglia. Io mangiavo in silenzio senza ascoltare.
Silvio era seduto di fronte a me, Darina accanto a lui, bisbigliavano di qualcosa. Dopo venti minuti mia madre finì il suo succo e si alzò. “Ci siamo divertiti, ora andiamo, devo comprare qualcosa al supermercato. ”
Siamo scesi al piano terra, siamo entrati nel supermercato.
Mia madre ha messo nel carrello formaggio, vino, verdure, qualche scatola di conserve. Darina ci ha buttato dentro un pacchetto di biscotti. Silvio ha preso una bottiglia di birra. Mia madre non ha obiettato.
Tutto finiva nel carrello. Ci siamo avvicinati alla cassa. Mia madre ha disposto la spesa sul nastro, il cassiere ha iniziato a scannerizzare. Mia madre ha tirato fuori la carta, l’ha avvicinata al terminale.
Il terminale ha emesso un bip. Sullo schermo è apparso “operazione rifiutata”. Mia madre ha aggrottato le sopracciglia. “Provi di nuovo.
”
Il cassiere passò di nuovo la carta. Stesso risultato. “Strano! ” mormorò mia madre.
“Ci dovrebbero essere i soldi. ”
Tirò fuori un’altra carta e la porse al cassiere. Lui la passò. Di nuovo un rifiuto.
Mia madre impallidì. “Che succede? Perché non funziona? ”
“Forse è un problema con il conto”, disse il cassiere.
“Chiami la banca. ”
“Che problema c’è? L’ho controllato ieri, era tutto a posto. ”
Silvio le si avvicinò.
“Mamma, stai calma, forse è un guasto tecnico, pago io. ”
Tirò fuori la sua carta e la porse al cassiere. Il cassiere la passò. L’operazione andò a buon fine.
Mia madre se ne stava lì, aggrappata al bordo del bancone, con il viso pallido. “Non capisco”, sussurrò. “Perché le carte non funzionano? ”
Darina disse qualcosa a bassa voce a Silvio.
Lui annuì, prese la madre sottobraccio. Io stavo in disparte, tranquilla, con le mani nelle tasche della giacca. La madre tirò fuori il telefono, iniziò a comporre il numero della banca. Aspettò che rispondessero.
Alla fine la misero in contatto con l’operatore. Parlava velocemente, nervosamente, disse il numero del conto, chiese di verificare cosa fosse successo. Poi tacque. Ascoltava.
Il viso diventava sempre più pallido. “Cosa significa titolare del conto? ” esalò. “Sono io la titolare, è il mio conto.
”
Pausa. Ascoltava. Poi abbassò lentamente il telefono, guardò lo schermo. C’era un nome.
Non il suo. Il mio. “Baldati Ornella”, lesse ad alta voce. Alzò la testa, mi guardò.
Silvio si voltò. Darina aprì la bocca. Mia madre fece un passo verso di me con il viso stravolto. “Che cosa hai fatto?
Che cosa hai fatto con il mio conto? ”
La guardai negli occhi. “Niente. Ho solo ripreso ciò che mi apparteneva.
”
“Sono i miei soldi. Tuo padre me li ha lasciati. ”
“No. Li ha lasciati a me.
E ha sistemato tutto in modo che tu non potessi prenderli, come hai fatto con tutto il resto. ”
Mia madre urlò: “Mi hai rubato! Sei una ladra! ”
La gente cominciò a voltarsi.
La guardia all’ingresso del supermercato si avvicinò a noi. Silvio prese mia madre per una mano. “Mamma, calmati, non qui. ”
“Mi ha rubato i soldi”, mia madre si dimenava cercando di liberarsi.
“Mi ha ingannata. ”
Mi voltai e mi diressi verso l’uscita. Silvio mi chiamò, ma non mi fermai. Uscii dal supermercato, attraversai il centro commerciale, uscii in strada.
Alle mie spalle sentivo le urla di mia madre e la voce di Silvio che cercava di calmarla. Mi diressi verso la fermata dell’autobus ai margini del parcheggio. Mi sono seduta su una panchina. Ho tirato fuori il telefono.
Sullo schermo c’era una notifica della banca. Operazione completata. Accesso al conto bloccato. Titolare del conto Baldati Ornella.
Dieci minuti dopo arrivò l’autobus. Mi sedetti vicino al finestrino, guardai il centro commerciale allontanarsi, diventare sempre più piccolo finché non scomparve dietro la curva. Mia madre arrivò il giorno dopo, lunedì, alle nove del mattino. Sentii bussare alla porta, forte, con tono imperioso.
Aprii. Sulla soglia c’erano Marilla e Silvio. Mia madre era pallida, con gli occhi arrossati, i capelli arruffati. Silvio era accigliato, con le braccia incrociate sul petto.
“Ci darai spiegazioni, subito”, disse mia madre al posto del saluto. “No”, risposi. “Non capisci cosa hai fatto? ”
Mia madre fece un passo avanti, io indietreggiai.
Entrarono nell’appartamento senza chiedere il permesso. “Sono i miei soldi, tuo padre me li ha lasciati. ”
“Me li ha lasciati mio padre, ho i documenti. ”
“Quali documenti?
Mostrameli. ”
Mi avvicinai al tavolo, presi una cartellina e gliela porsi. Mia madre me la strappò dalle mani e cominciò a sfogliarla. Silvio si avvicinò e guardò da sopra la sua spalla.
I volti di entrambi si fecero sempre più cupi. “È un falso”, sbuffò mia madre. “Hai falsificato i documenti. ”
“No, l’ha fatto papà, cinque anni fa.
Guido Argenti ha sistemato tutto. ”
Mia madre gettò la cartella sul pavimento. “Argenti, quel vecchio imbroglione, è sempre stato dalla parte di tuo padre, l’ha sempre messo contro di me. ”
“È un avvocato, ha fatto quello che gli ha chiesto papà.
”
Silvio alzò la mano e mi puntò il dito in faccia. “Pensi che lasceremo perdere? Hai rubato i soldi a tua madre, andremo alla polizia. ”
“Andate pure”, dissi.
Lui rimase sbalordito. Mia madre mi guardava come se mi vedesse per la prima volta. “Dici sul serio? Sei pronta a farti denunciare?
”
“Ti denunceranno per il prestito che hai contratto a mio nome. Guido ha le prove. ”
Mia madre tacque. Silvio aggrottò le sopracciglia.
“Quale prestito? ”
“Trentamila euro, tre anni fa. Mia madre ha usato i miei documenti e una firma falsa. I soldi sono serviti a pagare i tuoi debiti, Silvio.
”
Lui guardò mia madre. Lei distolse lo sguardo. “Non è vero”, sussurrò lei. “È vero.
E se andate alla polizia, presenterò una denuncia contro di voi. Guido ha già preparato tutto. ”
La madre si lasciò cadere su una sedia, coprendosi il viso con le mani. Silvio se ne stava lì in piedi con i pugni serrati e mi guardava con odio.
“Sei una puttana”, disse a bassa voce. “Per tutta la vita hai fatto finta di essere tranquilla, modesta. Ma in realtà stavi solo aspettando il momento giusto per pugnalarci alle spalle. ”
Non risposi.
Lui fece un passo verso di me. Io indietreggiai verso il muro. “Non la lasceremo così. Troveremo un modo per riprenderci i soldi.
E tu ti pentirai di esserti messa con noi. ”
Si voltò, prese mia madre per mano e la portò fuori dall’appartamento. La porta sbatté. Rimasi in piedi contro il muro, ascoltando i loro passi allontanarsi sulle scale.
Due ore dopo mi chiamò Lelio. “Ornella, dobbiamo parlare. ”
“Di cosa? ”
“Non al telefono.
Ci vediamo a casa nostra. Io ci sarò tra un’ora. ”
Riattaccò senza aspettare una risposta. Ci andai.
Il nostro appartamento era dall’altra parte della città, in un vecchio palazzo in Via Torre Tonda. Lelio aprì la porta, mi fece entrare, andò in cucina. Io rimasi in piedi nell’ingresso. “Siediti”, disse.
“Io resto in piedi. ”
Sospirò, si sedette al tavolo, mi guardò. “Tua madre mi ha chiamato, mi ha raccontato cosa è successo. ”
“E allora?
”
“E che ti sei comportata in modo orribile. È tua madre, Ornella, come hai potuto fare una cosa del genere? ”
Sorrisi. “Sul serio?
Stai dalla sua parte? ”
“Sto dalla parte del buon senso, la famiglia deve restare unita. Non puoi semplicemente prendere e toglierle i soldi. ”
“Non sono soldi suoi, sono soldi miei.
Me li ha lasciati mio padre. ”
“Tuo padre era anziano. Non capiva cosa stava facendo. Tua madre dice che l’hai manipolato.
”
“Non l’ho manipolato, non sapevo nemmeno che l’avesse fatto finché Guido non mi ha chiamato tre anni fa. ”
Lelio scosse la testa. “Non importa, devi restituire i soldi, è giusto così. ”
Lo guardavo incredula.
“Sai che ha contratto un prestito a mio nome? Che ora devo ripagare i trentamila euro che ha speso per Silvio? ”
“È tua madre, aveva il diritto di aiutare suo figlio. ”
“Non a mie spese.
”
“Ornella, sei egoista, sei sempre stata egoista, pensi solo a te stessa. ”
Mi avvicinai al tavolo, appoggiai le mani sul piano e mi chinai verso di lui. “Dimmi la verità, quanto ti ha promesso? ”
Lui si bloccò.
“Cosa? ”
“Quanti soldi ti ha promesso se mi convinci a restituire il conto? ”
Distolse lo sguardo. “Non capisco di cosa stai parlando.
”
“Lo capisci, sei da tempo dalla sua parte, probabilmente fin dall’inizio. Quanto, Lelio? Diecimila? Venti?
”
Si alzò, scostò la sedia. “Non sono obbligato ad ascoltare queste cose. ”
“Certo che no, perché è la verità. ”
Mi passò accanto dirigendosi verso la porta.
Si fermò, si voltò. “Me ne vado da te. Definitivamente. Prendi le tue cose e vattene.
Questo appartamento è a mio nome. ”
“Non vivo più qui da tempo. Meglio così. ”
Uscì sbattendo la porta.
Rimasi in piedi in cucina guardando la sedia vuota. Il giorno dopo sono arrivata al lavoro come al solito, alle sette del mattino. Luigia era già seduta alla sua scrivania, ma quando sono entrata non mi ha salutata. Mi ha solo guardata e si è voltata dall’altra parte.
Mi sono seduta alla mia scrivania e ho acceso il computer. Mezz’ora dopo arrivò Roberto, il capo. Si avvicinò a me, rimase lì accanto, poi disse: “Ornella, vieni nel mio ufficio. ”
Mi alzai e lo seguii.
Chiuse la porta, si sedette alla scrivania e con un gesto mi invitò a sedermi. Mi sedetti. “Mi sono giunte delle voci”, esordì. “Riguardo ai tuoi affari di famiglia.
”
“Quali voci? ”
“Che tu abbia rubato dei soldi a tua madre. Che stiano preparando una causa contro di te. ”
“Non è vero.
Non ho rubato nulla. Quei soldi mi appartengono per legge. ”
Roberto si grattò la nuca. “Ornella, non voglio entrare nei dettagli.
Ma capisci? Questo crea un’atmosfera pesante. La gente parla. Gli autisti si rifiutano di lavorare con te.
Luigia si è lamentata di sentirsi a disagio. ”
“A disagio per cosa? ”
“Per colpa tua. Per via di questa situazione.
”
Lo guardai senza battere ciglio. “Vuoi che mi licenzi? ”
Sospirò. “Ornella, facciamola in modo civile.
Lo capisci anche tu che non si può lavorare così. Prendi la liquidazione, trovati un altro posto. Ti darò ottime referenze. ”
“E se non volessi dimettermi?
”
Rimase in silenzio. “Allora dovrò licenziarti per inadeguatezza alla mansione. ”
“Su quale base? ”
“Le basi si troveranno.
”
Mi alzai. “Va bene. Scriverò le dimissioni. ”
Lui annuì sollevato.
Uscii dall’ufficio, tornai alla scrivania, scrissi le dimissioni a mano e gliele portai. Presi le mie cose, salutai Luigia. Lei non rispose e me ne andai. A casa mi sono seduta sul divano, guardando fuori dalla finestra.
Il telefono era lì accanto, in silenzio. Nessuno chiamava, nessuno scriveva. Ero sola. Una settimana dopo è arrivata la citazione in giudizio.
Marilla aveva intentato una causa per l’annullamento del testamento e la restituzione del denaro. Ho chiamato Guido. Mi ha detto che era tutto sotto controllo, che avevamo tutti i documenti. Ma quando è iniziata la prima udienza, ho capito che non era così semplice.
Mia madre aveva un avvocato, giovane, aggressivo, in un abito costoso. Parlava con sicurezza, citando articoli di legge, affermava che mio padre era incapace al momento della stipula della procura, che Guido lo aveva manipolato, che io ne ero a conoscenza e avevo sfruttato la situazione a mio vantaggio. Guido obiettava, presentava referti medici che dimostravano che mio padre era sano di mente, mostrava documenti che confermavano la legittimità di tutte le operazioni. Il giudice ascoltava, prendeva appunti, fissava nuove udienze.
Silvio aveva chiesto un prestito a dei conoscenti per pagare l’avvocato. Mia madre era seduta in tribunale, pallida, in abito nero e si atteggiava a vittima. Darina le teneva la mano, a volte le asciugava le lacrime. Io sedevo dall’altra parte dell’aula, da sola.
Dopo la terza udienza, Guido mi disse: “Le probabilità sono cinquanta e cinquanta. Il giudice propende per riconoscere il testamento come legittimo, ma il loro avvocato fa leva sulle emozioni. Dice che hai abbandonato tua madre, che è rimasta senza mezzi di sussistenza. ”
“Non è vero?
Ha la pensione. E Silvio la aiuta. ”
“Lo so. Ma al giudice servono prove.
Bisogna dimostrare che non vive in povertà. ”
“Come si fa? ”
“Ci sto lavorando. ”
I soldi si stavano esaurendo.
L’affitto dell’appartamento costava cinquecento euro al mese, più il cibo, più le spese di viaggio per andare in tribunale. Ho iniziato a cercare lavoro, ma ovunque andassi mi respingevano. La raccomandazione di Roberto non serviva a nulla. A quanto pare, le voci si erano diffuse più in fretta di quanto pensassi.
Dopo un mese mi erano rimasti meno di duemila euro. Dopo un altro mese, mille. Smisi di uscire di casa. Me ne stavo seduta nell’appartamento, mangiavo pasta al burro, bevevo caffè scadente, guardavo fuori dalla finestra.
Il telefono taceva. Lelio non chiamava. Mia madre non chiamava. Chiamava solo Guido, una volta alla settimana, per aggiornarmi sull’andamento del caso.
“Ornella, tieni duro? ” mi chiedeva. “Sì”, mentivo. “Presto finirà tutto.
Resisti ancora un po’. ”
Ma non sapevo per quanto tempo ancora avrei potuto resistere. Ero sdraiata sul divano, guardavo il soffitto, pensavo che se avessi perso la causa sarei rimasta senza nulla. Mia madre si sarebbe presa i soldi, io avrei pagato il mutuo che aveva accollato a mio nome e tutto ciò che mi sarebbe rimasto sarebbero stati debiti e un appartamento vuoto che presto non avrei più potuto permettermi.
Una sera ero seduta sul pavimento con le spalle al muro e davanti a me avevo disposto i documenti, proprio quelli che Guido mi aveva dato tre anni prima. Li rileggevo più e più volte cercando di trovare almeno qualcosa che potesse aiutarmi, ma non c’era nulla di nuovo, solo la firma di mio padre, le sue iniziali, il timbro del notaio. Chiusi gli occhi, reclinai la testa all’indietro. Nell’appartamento regnava il silenzio.
Fuori dalla finestra era calata l’oscurità. Pensavo se valesse la pena di aver iniziato tutto questo. Forse avrei dovuto semplicemente tacere, sopportare, vivere come prima. Forse allora avrei avuto un lavoro, un marito, almeno una parvenza di famiglia.
E ora ero seduta sul pavimento di un appartamento vuoto con una pila di fogli tra le mani e non sapevo cosa sarebbe successo domani. L’udienza era fissata per le dieci del mattino del ventitré maggio. Sono arrivata mezz’ora prima, mi sono seduta su una panchina nel corridoio del tribunale e ho aspettato. Guido è arrivato alle dieci meno un quarto con la valigetta e un completo grigio.
Si è seduto accanto a me e mi ha messo una mano sulla spalla. “Sei pronta? ”
“Sì. ”
“Andrà tutto bene, abbiamo tutti i documenti.
”
Ho annuito. Non gli credevo, ma ho annuito. Alle dieci in punto ci hanno fatto entrare in aula. Sono entrata e mi sono seduta al mio posto.
Di fronte a me c’erano mia madre, Silvio, Darina e il loro avvocato. Mia madre era vestita di nero con i capelli raccolti all’indietro, il viso pallido e le labbra serrate. Silvio era seduto accanto a lei e guardava dritto davanti a sé. Darina sfogliava il telefono.
Entrò la giudice, una donna sulla cinquantina con i capelli corti e grigi, in toga. Si sedette, dispiegò i fogli davanti a sé, si mise gli occhiali. Ci guardò. “Causa numero 3521.
Ricorso di Baldati Marilla contro Baldati Ornella per l’annullamento del testamento e la restituzione dei fondi. ” Alzò lo sguardo. “Le parti sono pronte ad ascoltare la sentenza? ”
L’avvocato della madre si alzò.
“Sì, vostro onore. ”
Anche Guido si alzò. “Sì, vostro onore. ”
La giudice annuì, tornò ai documenti.
Cominciò a leggere. Lentamente, con calma. Ascoltavo, ma le parole sembravano scivolare via. Sentivo frasi isolate.
Procura redatta il cinque agosto 2019. Autenticata dal notaio. Perizia medica sulla capacità di agire di Baldati Girolamo. Il giudice lesse a lungo, per circa dieci minuti.
Poi si fermò e ci guardò. “Il tribunale è giunto alla conclusione che tutti i documenti presentati dalla convenuta sono legittimi e redatti in conformità con i requisiti di legge. Baldati Girolamo, al momento della redazione della procura, era nel pieno possesso delle sue facoltà mentali e della memoria, come confermato dai certificati medici. Pertanto, Baldati Ornella è la legittima titolare del conto.
”
La madre ebbe un sussulto. Silvio le afferrò il braccio. L’avvocato impallidì. Guido se ne stava seduto tranquillo, ma vidi le sue dita tremare.
Il giudice proseguì: “Inoltre, nel corso del procedimento è emerso che la ricorrente, Baldati Marilla, nel 2019 ha stipulato un prestito di trentamila euro a nome della figlia, Baldati Ornella, utilizzando una firma contraffatta. La convenuta ha fornito le prove di questo fatto. Il tribunale ritiene necessario avviare un procedimento penale per frode. ”
La madre balzò in piedi.
“È una bugia, non ho falsificato la firma. ”
Il giudice la guardò con freddezza. “Si sieda. La perizia ha confermato la falsificazione.
Il complice è suo figlio, Baldati Silvio, che ha fornito i documenti per la stipula del prestito. ”
Silvio impallidì. Darina si allontanò da lui. “A Marilla e Silvio Baldati spetta una pena sospesa di due anni e l’obbligo di pagare un debito di trentamila euro a favore di Ornella Baldati.
La richiesta di Marilla Baldati è respinta nella sua totalità. La seduta è chiusa. ”
La giudice si alzò e uscì dall’aula. Io rimasi seduta, immobile.
Guido si chinò verso di me. “Ornella, hai vinto. ”
Lo guardai. “Sì.
”
“Congratulazioni. ”
Mi alzai, presi la borsa. Guido raccolse i fogli e li ripose nella cartella. Ci dirigemmo verso l’uscita.
All’ingresso ci fermò la voce di mia madre. “Ornella. ”
Mi voltai. Mia madre era in piedi in mezzo all’aula, con Silvio al suo fianco.
Erano entrambi pallidi. “Ornella, aspetta, devo parlarti. ”
Guardai Guido. Lui annuì.
Uscì dall’aula. Rimasi in piedi vicino alla porta. Mia madre si avvicinò, fermandosi a due passi da me. “Ornella, io non volevo che andasse così.
”
Rimasi in silenzio. “Pensavo semplicemente che quei soldi fossero miei. Tuo padre diceva sempre che si sarebbe preso cura di me. Non sapevo che avesse intestato tutto a te.
”
“Lo sapevi? ”
Taceva. Poi riprese a parlare con voce tremante: “Ornella, siamo una famiglia. Il sangue non è acqua.
Non puoi semplicemente cancellarmi dalla tua vita. Sono tua madre. Ti ho partorita, ti ho cresciuta. ”
La guardai negli occhi.
“Cresciuta? Mi umiliavi ogni giorno. Dicevi che non valevo nulla. Mi paragonavi a Silvio.
Hai contratto un prestito a mio nome senza chiedermelo. Pensavi solo a te stessa. ”
“Ho fatto quello che ritenevo giusto. Silvio aveva bisogno di aiuto, mentre tu te la sei sempre cavata da sola.
”
“Perché non avevo scelta. ”
Mia madre fece un passo avanti, allungò la mano e mi toccò la spalla. “Ornella, ti prego. Dimentichiamo tutto questo.
La famiglia deve perdonare. Lo capisci anche tu. ”
Mi sono allontanata. La sua mano è caduta.
“I legami di sangue non sono una licenza per la crudeltà. ”
Mia madre si è irrigidita come se l’avessi colpita. Silvio ha fatto un passo avanti. “Pensi di essere migliore di noi?
Sei uguale a noi. Hai abbandonato tua madre, l’hai condannata alla miseria. Sei peggiore di noi. ”
Lo guardai, poi di nuovo mia madre.
“Addio. ”
Mi voltai e uscii dall’aula. Dietro di me sentii mia madre gridare: “Ornella, torna indietro. Non puoi andartene così.
”
Non mi voltai. Attraversai il corridoio, scesi le scale, uscii in strada. Guido mi aspettava vicino alla macchina. “Tutto a posto?
” mi chiese. “Sì. ”
“E adesso cosa farai? ”
“Andrò avanti con la mia vita.
”
Lui annuì. “Se hai bisogno di qualcosa, chiama. ”
Mi sono seduta in macchina e me ne sono andata. Nello specchietto ho visto il Palazzo di Giustizia allontanarsi, rimpicciolirsi, poi scomparire dietro la curva.
Il mese successivo l’ho trascorso alla ricerca di un lavoro. Ho inviato il curriculum in diverse città. Ho risposto a offerte di lavoro in archivi, magazzini, uffici. Rispondevano raramente.
Ma una volta mi hanno chiamato dall’archivio comunale di Olbia. Una piccola città sulla costa, a cento chilometri da Sassari. Mi hanno invitata a un colloquio. Sono arrivata, ho parlato con il capo.
Un uomo anziano con i baffi che mi ha fatto cinque domande e ha detto: “È assunta. Comincia lunedì. ”
Sono tornata a Sassari, ho impacchettato le mie cose. Erano poche, vestiti, libri, documenti.
Tutto entrava in tre scatole. Le ho caricate in macchina, ho consegnato le chiavi dell’appartamento alla padrona di casa e sono partita. Ho messo in vendita la casa della nonna in periferia. Dopo due settimane si è trovato un acquirente.
Una giovane coppia con un bambino. Hanno pagato quarantamila euro. Ho firmato il contratto, ho preso i soldi e li ho versati sul conto. Non avevo bisogno di quei ricordi.
Olbia mi ha accolta con il sole e il vento che soffiava dal mare. La città era piccola, pulita, con stradine strette e case bianche. Ho affittato un monolocale in periferia con un balcone che si affacciava su una collina. Non c’erano quasi mobili, un tavolo, una sedia, un letto.
Mi bastava. Il lavoro in archivio era tranquillo. Sminuzzavo vecchi documenti, compilavo l’inventario, inserivo i dati nel computer. I colleghi quasi non mi parlavano, ma questo mi andava bene.
Arrivavo alle otto, me ne andavo alle cinque, tornavo a casa, preparavo la cena, leggevo. La vita era diventata semplice, senza drammi, senza urla, senza litigi. Ho iniziato a investire i miei soldi. All’inizio con cautela.
Ho comprato un libro sugli investimenti, poi un altro. Leggevo la sera, prendevo appunti. Ho aperto un conto di intermediazione, ho comprato alcune azioni, piccole somme, per capire come funzionava. Il primo mese ho perso duecento euro, il secondo ne ho guadagnati trecento.
Alla fine dell’anno il portafoglio era cresciuto dell’otto per cento. Era poco, ma erano soldi miei, guadagnati con la mia testa, non con le mani di qualcun altro. Sei mesi dopo in archivio è arrivato un nuovo collaboratore, Nicola Faggioli, un uomo sulla quarantina, divorziato, con voce pacata e sguardo sereno. Lavorava con le mappe, disegnava schemi dei vecchi quartieri.
Ci incrociavamo raramente, ma una volta mi chiese dove si potesse pranzare nelle vicinanze. Gli indicai un bar all’angolo. Mi ringraziò e se ne andò. Il giorno dopo mi chiese di nuovo qualcosa.
Prima sulle regole dell’archivio, poi sugli orari. Risposi in modo laconico, lui non insistette. Un mese dopo mi invitò a prendere un caffè dopo il lavoro. Accettai, non so perché.
Eravamo seduti in un piccolo caffè, lui mi parlava del suo lavoro, del divorzio avvenuto due anni prima. Io ascoltavo, quasi senza dire una parola. Lui non mi faceva domande sulla mia vita e io gliene ero grata. Abbiamo iniziato a vederci di tanto in tanto, una volta alla settimana, a volte meno.
Non si intrometteva nella mia vita, non pretendeva spiegazioni, non faceva domande. Andavamo al cinema, passeggiavamo sul lungomare, bevevamo caffè. Era semplice, senza impegni, senza drammi. Mi andava bene così.
Una volta mi chiese perché mi fossi trasferita a Olbia. Risposi: “Avevo bisogno di ricominciare da capo. ” Lui annuì. Non fece altre domande.
Mia madre non chiamava. Lelio non chiamava. Nemmeno Silvio. Ho cambiato numero di telefono, l’ho lasciato solo a Guido.
Mi chiamava una volta al mese, mi chiedeva come andava. Io rispondevo: “Normale. ” Lui diceva: “Bene. ” E riattaccava.
Una volta stavo camminando per strada e ho visto Darina. Era in piedi davanti alla vetrina di un negozio, guardava i vestiti. Mi sono fermata, volevo girarmi e andarmene, ma lei mi ha notata. Si è avvicinata.
“Ornella? Ciao. Vivi qui? ”
“Sì.
”
Ha annuito, mi ha guardata con aria valutativa. “Mia madre non sta bene. Dopo il processo non esce quasi più di casa. ”
Rimasi in silenzio.
Darina continuò: “Anche Silvio è in difficoltà, la condizionale è una cosa seria, potrebbero vietargli di andare all’estero. ”
“Non avrebbe dovuto aiutarla a falsificare i documenti. ”
Darina strinse le labbra. “Sei crudele, Ornella, sei sempre stata crudele.
”
Si voltò e se ne andò. Rimasi in piedi sul marciapiede a guardarla allontanarsi. Un mese dopo presentai i documenti per cambiare cognome. Ripresi quello di mio padre.
Castelli Ornella. La procedura richiese tre settimane. Quando mi consegnarono il nuovo passaporto, lo guardai a lungo. Castelli Ornella.
Suonava strano, ma giusto. Una mattina di sabato ero seduta in un piccolo caffè in piazza, bevevo un caffè e guardavo la gente. Faceva caldo, c’era il sole, in piazza giocavano i bambini, i venditori esponevano la merce sui banchetti. Passò una donna con una bambina di circa cinque anni vestita di rosa.
La donna mi sorrise, io la guardai ma non ricambiai il sorriso. Distolsi semplicemente lo sguardo e finii il caffè. Sul tavolo davanti a me c’era il contratto d’affitto del nuovo appartamento, quello che avevo preso in centro, più vicino al lavoro. Il nome sul contratto era nuovo.
Castelli Ornella. Passai il dito sulle lettere, poi piegai il contratto e lo misi nella borsa. Finii il caffè, lasciai i soldi sul tavolo, mi alzai e attraversai la piazza passando accanto alla gente, alle bancarelle, ai bambini. Nessuno mi guardava.
Nessuno sapeva chi fossi. Ero semplicemente una donna con una borsa che andava per la sua strada, ed era tutto ciò di cui avevo bisogno.