Sentì tutto per caso. Era un martedì sera di gennaio, erano le ventitré passate e stava scendendo le scale in silenzio perché aveva dimenticato il telefono in cucina e non voleva svegliare nessuno. Angelo era nel suo studio, la porta era socchiusa, lui credeva che lei dormisse. Parlava sottovoce al telefono, con quella qualità di voce che le persone usano quando vogliono essere sentite solo da chi devono essere sentite.

Giovanna si fermò sul penultimo gradino. Il notaio è disponibile il venti, stava dicendo Angelo. Sì, prima che lei capisca qualcosa, dobbiamo aver già spostato tutto. I conti friulani li svuotiamo la settimana prossima.
Il conto di Milano lo gestisci tu direttamente. L’appartamento di Gorizia lo intestiamo alla società prima dell’udienza. Lei non sa niente, non ha mai capito niente di come funzionano i soldi. Giovanna rimase ferma sul gradino con il cuore che batteva in quel modo specifico, non veloce, preciso, come quando il corpo capisce qualcosa prima che la testa lo elabori completamente.
Aspettò che lui finisse la telefonata, poi scese gli ultimi gradini, prese il telefono dal tavolo della cucina, tornò in camera, si sdraiò nel letto con gli occhi aperti e ascoltò il buio di Udine fuori dalla finestra per il resto della notte. Non dormì, pensò. Angelo Fava aveva quarant’anni e gestiva un gruppo di tre società immobiliari con sede a Udine. Non nel senso visibile del ricco di provincia, non auto sportive e ristoranti da mostrare, nel senso concreto e silenzioso di chi ha costruito patrimonio senza bisogno di esibirlo.
Era un uomo metodico, con quella precisione specifica di chi tratta i numeri come una lingua e la parla meglio di qualsiasi altra. Aveva una faccia che le persone descrivevano come simpatica prima di conoscerlo meglio, quella qualità dei visi che sorridono facilmente e nascondono facilmente. Giovanna lo aveva sposato sei anni prima, non per ingenuità. Era una donna intelligente, lo era sempre stata.
Lo aveva sposato perché quello che vedeva allora era reale abbastanza da convincerla, e quello che non vedeva non glielo aveva ancora mostrato. Giovanna Cordara aveva trentasette anni e lavorava come commercialista in uno studio associato in via Vittorio Veneto. Non per uno dei clienti di Angelo. Aveva sempre tenuto quella separazione, anche quando lui l’aveva scoraggiata sottilmente, anche quando le aveva detto che era più comodo se lavoravano nel suo sistema.
Aveva detto no con quella fermezza tranquilla che aveva nelle cose che contavano davvero, e lui aveva lasciato perdere con quella facilità di chi pensa di avere tempo. Conosceva i bilanci, conosceva le strutture societarie, conosceva il modo in cui si spostano i patrimoni quando qualcuno vuole che spariscano prima che qualcun altro possa reclamarli. Era commercialista, non capiva niente di come funzionano i soldi. Quella notte, mentre Angelo dormiva nella stanza accanto, con quella regolarità del respiro di chi non ha niente sulla coscienza o ha imparato a non sentirla, Giovanna capì tre cose.
Prima: il matrimonio era finito. Non dal momento in cui l’aveva sentito, era finito da prima, in qualche momento che lei non aveva ancora identificato con precisione, ma che avrebbe riconosciuto guardandosi indietro. Seconda: Angelo stava pianificando di lasciarla senza niente, non per rabbia, non per vendetta, con quella freddezza metodica di chi ottimizza una situazione come ottimizza un bilancio. Terza: aveva tre opzioni.
Aspettare che lui facesse quello che stava pianificando, affrontarlo subito, oppure agire. Quella mattina alle otto si presentò in ufficio con venti minuti di anticipo, aprì il suo computer e cominciò a lavorare. Non era una donna che prendeva decisioni impulsive, era una commercialista. Sapeva che le decisioni importanti richiedono informazioni, e le informazioni richiedono tempo e ordine.
Aveva bisogno di capire esattamente cosa c’era nei conti cointestati, qual era la sua quota legittima del patrimonio comune, cosa Angelo stava pianificando di spostare e in quali tempi. Chiamò Marta Bresci alle nove, una collega che si occupava di diritto di famiglia e quella persona specifica che aveva sempre saputo di chiamare se mai fosse arrivato quel momento. Non era mai arrivato. Era arrivato.
Ho bisogno di un consulto, disse, oggi se possibile. Marta sentì qualcosa nel tono. Vieni a pranzo, studio mio. Il pranzo con Marta fu quarantacinque minuti di conversazione densa e precisa.
Giovanna le disse tutto, la telefonata, le parole esatte, quello che aveva capito. Marta ascoltò senza interrompere e prese appunti, poi disse le cose che sapeva e che Giovanna aveva bisogno di sentire da qualcuno che le sapesse davvero. Hai diritto alla metà del patrimonio comune. Se lui sposta beni prima dell’udienza, si chiama distrazione patrimoniale in sede di separazione.
È illegale, lo so. Ma devi essere veloce. Se sposta prima che tu depositi, diventa più complicato recuperare. Lo so anche questo.
Cosa stai pensando di fare? Giovanna tenne la tazza di caffè tra le mani per un momento. Quello che lui stava pianificando di fare a me, prima. Marta la guardò.
Giovanna, devi stare attenta. Non puoi svuotare i conti cointestati unilateralmente senza conseguenze. Non li svuoterò unilateralmente, disse Giovanna. Li porterò alla mia metà, esattamente la mia metà, con documentazione completa di ogni movimento, in modo che quando arriviamo davanti al giudice lui trovi tutto in ordine da parte mia e trovi dall’altra parte quello che ha fatto lui.
Marta la guardò per un secondo, poi disse: hai già calcolato i numeri stamattina. E quando pensi di farlo? La settimana prossima per i conti friulani, io li gestisco questa settimana. Marta rimase ferma su quella risposta, poi disse: hai bisogno di un avvocato, non io, faccio consulenza.
Hai bisogno di Filippo Rota. No, conosco Rota. Chiamalo oggi. Giovanna chiamò Rota nel pomeriggio.
Filippo Rota aveva cinquantadue anni, era il migliore avvocato matrimonialista del Friuli Venezia Giulia, nel senso che conta, quello che vince le cause difficili, non quello che ha l’ufficio più bello. Ascoltò Giovanna per venti minuti, fece tre domande precise e disse: posso vederla domani mattina alle nove? Ci sarò. Ah, porti tutto quello che ha accesso, estratti conto, atti societari, visure, tutto.
Li ho già preparati. Una pausa al telefono. Bene, disse Rota. Quella parola, con quel tono, diceva qualcosa di più di quello che diceva.
Quella sera Giovanna tornò a casa, preparò la cena nel modo in cui la preparava sempre, mangiò con Angelo nel modo in cui mangiavano sempre, quella conversazione di coppia che è routine nel senso neutro, né calda né fredda, semplicemente il registro delle serate in cui non succede niente di particolare. Angelo non notò niente, o notò e non gli importò. Entrambe le opzioni dicevano qualcosa. La mattina dopo, mentre lui era ancora in doccia, Giovanna aprì il laptop sul tavolo della cucina e trasferì dalla metà del primo conto cointestato, esattamente la metà, al centesimo, con la causale scritta in modo preciso: ripartizione quota di mia spettanza sul conto cointestato numero duecentosettanta, ai sensi dell’articolo centonovantaquattro del codice civile.
Poi chiuse il laptop, finì il caffè e andò all’appuntamento con Rota. L’ufficio di Rota era in via Aquileia, uno di quegli studi che comunicano competenza senza ostentarla, con quella libreria di codici e sentenze che non è decorazione ma strumento di lavoro. Rota la ascoltò per tutto il tempo necessario, guardò i documenti che aveva portato e poi disse le cose nel modo in cui le dicono i professionisti bravi, dirette senza edulcorarle, con il rispetto di trattare qualcuno da adulto capace di sentire la verità. Ha fatto bene a muoversi subito.
Se avesse aspettato una settimana, la situazione sarebbe stata molto più complicata. Lo sapevo. Il prelievo che ha fatto stamattina è legittimo. La causale è corretta.
La documentazione che ha preparato è solida. Pausa. Quando pensa che lui se ne accorgerà? Quando controllerà il conto, probabilmente entro oggi.
E come pensa che reagirà? Non lo so con certezza, ma conosco Angelo abbastanza da sapere che non farà scenate. Farà qualcosa di più preciso. Tipo?
Tipo chiamare il suo avvocato prima di dirmi qualcosa. Rota annuì. Allora dobbiamo essere pronti. Deposito della domanda di separazione questa settimana.
Non aspettiamo che lo faccia lui. Concordo. Ha dove andare? Nel senso fisico, una casa dove stare mentre le procedure vanno avanti.
Giovanna aveva pensato anche a questo. Sua sorella Elisa abitava a dieci minuti, in un appartamento con una stanza libera. Aveva già chiamato la mattina alle sette. Elisa non aveva fatto domande, aveva detto: vieni quando vuoi, ho dove andare.
Bene, allora cominciamo. Angelo si accorse del prelievo alle tredici e undici. Giovanna lo sapeva perché il conto inviava notifiche push e il suo telefono aveva ricevuto la notifica nello stesso momento del suo. Aspettò.
Alle tredici e ventidue arrivò un messaggio di Angelo: hai preso dei soldi dal conto, possiamo parlare? Giovanna lesse il messaggio, scrisse: sì, stasera. Poi tornò al lavoro. La crisi, se si poteva chiamare così qualcosa che era già la gestione di una crisi già avvenuta, arrivò quella sera.
Angelo era a casa quando lei rientrò. Stava seduto al tavolo della cucina, con quella postura di chi ha passato la giornata a prepararsi per una conversazione e non sa ancora da che parte iniziarla. Giovanna posò la borsa, tolse il cappotto, si sedette di fronte a lui. Hai preso la metà del conto, disse Angelo.
La mia metà. Sì. Perché? Giovanna lo guardò in quel viso, quella faccia che conosceva, quella che aveva creduto di conoscere.
Non c’era più niente che le facesse venire voglia di costruire una risposta soft. Perché mercoledì notte ho sentito la tua telefonata. Angelo non disse niente per un momento, poi: quale telefonata? Quella in cui spiegavi a qualcuno come svuotare i conti e intestare l’appartamento di Gorizia alla società prima dell’udienza.
Quella in cui dicevi che non capisco niente di come funzionano i soldi. Il silenzio che seguì non fu il silenzio di chi è colto in flagrante e non sa come reagire, fu il silenzio di chi sta ricalcolando la situazione. E questo disse più di qualsiasi parola. Non era quello che sembrava.
Angelo, stavo parlando di un cliente. Angelo. La voce non si alzò, non aveva bisogno di alzarsi. Sono commercialista.
Conosco la differenza tra una telefonata su un cliente e una telefonata su se stessi. Conosco anche la differenza tra distrazione patrimoniale e ripartizione legittima. Una pausa. Ho depositato la domanda di separazione oggi pomeriggio.
Angelo rimase fermo su quella frase. Hai preso Filippo Rota. Lo conosci, immagino. Ah, lo conosceva.
Tutti nel settore lo conoscevano. Giovanna, se parliamo possiamo… Ho passato sei anni a parlare con te. Ho passato sei anni a fidarmi di te, e mercoledì notte ho sentito cosa pensavi davvero di me.
Quella frase, non ha mai capito niente di come funzionano i soldi, non la ripeté. Non era necessario. Non c’è niente di cui parlare che non possa essere discusso attraverso i nostri avvocati. Si alzò, prese la borsa che aveva posato, prese le tre valigie che aveva preparato quella mattina prima che lui si svegliasse.
Erano nella camera da letto, già chiuse. Chiamò un taxi. Angelo la guardò fare tutto questo senza interromperla, con quella qualità di chi sta assistendo a qualcosa che non ha il controllo per fermare. Dove vai?
Da mia sorella. Possiamo… Buonanotte, Angelo. Il taxi arrivò in quattro minuti.
Giovanna caricò le valigie, salì, diede l’indirizzo di Elisa. Udine fuori dal finestrino aveva quella qualità delle sere di gennaio, le luci sui vicoli del centro friulano, il freddo che non si scusa mai, quella città che ha quella dimensione giusta, di non essere grande abbastanza da perderti e non essere piccola abbastanza da soffocarti. Elisa aprì la porta prima ancora che Giovanna bussasse. Aveva sentito il taxi.
Non disse niente di quello che le persone di solito dicono in quei momenti. Aprì la porta, prese una delle valigie e disse: la cena è pronta. E questo fu abbastanza. Nei giorni successivi Giovanna lavorò.
Non smise, non rallentò, non prese giorni di riflessione. Il lavoro era quello che aveva sempre avuto di suo, quello che non dipendeva da Angelo per esistere, e adesso lo capiva nel modo più concreto possibile. Rota lavorava con quella velocità metodica dei professionisti che conoscono ogni angolo della loro materia. Aveva già costruito il quadro completo del patrimonio comune grazie alla documentazione che Giovanna aveva portato, grazie alla sua conoscenza diretta delle strutture societarie del marito e grazie a una serie di atti che Angelo non aveva ancora fatto in tempo a completare.
L’appartamento di Gorizia era ancora intestato a entrambi. Le società avevano strutture che, con la documentazione giusta, mostravano chiaramente la composizione del patrimonio comune. Il conto di Milano, quello che il complice di Angelo avrebbe dovuto gestire direttamente, non era stato ancora toccato. Giovanna lo prelevò il giovedì, sempre la sua metà esatta, sempre con la causale corretta.
La reazione di Angelo arrivò attraverso il suo avvocato, un uomo che Giovanna conosceva di nome, uno specializzato in protezione patrimoniale, nel senso che chiunque nel settore capiva. Mandò una diffida formale riguardo ai prelievi. Rota rispose con la documentazione completa di ogni movimento, le causali, i riferimenti normativi, tutto in ordine, tutto impugnabile solo se qualcuno fosse riuscito a dimostrare che la metà non era la metà. E nessuno poteva dimostrarlo, perché era esattamente la metà.
La vera rivelazione arrivò tre settimane dopo, in un modo che Giovanna non aveva previsto. Lavorava su una pratica quando la sua collega Serena, quella che occupava lo studio accanto al suo, quella con cui divideva il pranzo due o tre volte a settimana, bussò alla porta con quell’espressione di chi ha qualcosa da dire e non sa se è il momento giusto. Posso? Sì.
Serena entrò, chiuse la porta, si sedette. Ho saputo quello che sta succedendo con Angelo. La voce gira. Una pausa.
C’è una cosa che dovresti sapere. Giovanna posò la penna. Dimmi. Conosco Federica Mantovani.
La sai chi è? No. Lavora in una società di consulenza finanziaria a Cividale, trentaquattro anni. Serena si fermò.
È la persona con cui stava parlando al telefono quella notte. Giovanna rimase ferma su quella frase per un secondo. Come lo sai? Perché Federica è la cugina di mio marito, e ieri sera a cena ha detto una cosa che non avrebbe dovuto dire.
Cosa ha detto? Che Angelo Fava ha un problema adesso, perché sua moglie è più brava di quanto pensasse. Pausa. Giovanna non era solo una telefonata sul patrimonio.
Giovanna capì prima ancora che Serena finisse la frase. Capì nel modo in cui si capiscono le cose che si sapevano già da qualche parte senza averle ancora nominate. Da quanto tempo? Più di un anno, credo.
Giovanna rimase ferma, guardò il suo desk, i bilanci, i numeri, quella precisione che era la sua lingua. Poi disse: grazie per dirmelo. Stai bene? Sì.
E lo era, non nel senso che non faceva male, ma nel senso che quello che aveva sentito riposizionava le cose invece di aggiungere solo dolore. Riposizionava il racconto che aveva fatto di sei anni, lo rendeva più comprensibile nella sua incomprensibilità. Chiamò Rota nel pomeriggio e gli disse quello che aveva saputo. Rota ascoltò.
Questo cambia alcune cose sul piano delle ragioni della separazione. Vuole procedere con la documentazione dell’addebito? Cosa comporta? Dobbiamo dimostrare la relazione e documentare che ha influenzato la situazione patrimoniale.
I movimenti che stava pianificando potrebbero essere letti in modo diverso davanti al giudice. Non voglio l’addebito, disse Giovanna. Perché? Perché non ho bisogno di vincere in quel modo.
Ho bisogno di quello che è mio legalmente. Il resto non mi interessa. Rota rimase in silenzio per un momento, poi disse: capisco, andiamo avanti come previsto. Le settimane successive seguirono il percorso delle separazioni che si fanno quando entrambe le parti hanno avvocati bravi e nessuna delle due vuole che diventi una guerra pubblica.
Lento nel senso burocratico, con quell’andamento specifico delle procedure legali che richiedono tempo, perché il tempo è parte del processo. Angelo non si batté come Giovanna aveva temuto che si battesse. Forse perché Rota era abbastanza solido da rendere ogni mossa rischiosa, forse perché Angelo alla fine aveva capito di aver sottovalutato la persona che aveva vissuto accanto a lui per sei anni, forse perché il piano che aveva costruito si era rivelato meno solido di quello che credeva, quando dall’altra parte c’era qualcuno che conosceva le strutture meglio di quanto lui avesse previsto. La separazione fu consensuale, non perché ci fosse accordo emotivo, ma perché gli avvocati di entrambi avevano capito che il consensuale era l’unica strada che evitava un confronto giudiziario da cui nessuno dei due sarebbe uscito bene.
Le condizioni rispecchiavano esattamente quello che Giovanna aveva costruito quei mesi: la sua metà del patrimonio comune, documentata, giustificata, inattaccabile. La svolta inaspettata arrivò in aprile. Giovanna stava ancora a casa di Elisa, non per necessità, ma perché stava cercando un appartamento con la calma di chi non è in fuga ma sta scegliendo. Stava guardando annunci online una sera quando Elisa entrò in cucina con quella faccia.
C’è qualcosa che devo dirti. Un’altra cosa che non mi piacerà? No, questa è diversa. Si sedette.
Hai presente Marco? Sì. Marco era il fidanzato di Elisa da tre anni, un uomo tranquillo che lavorava come architetto e che Giovanna aveva sempre trovato genuinamente simpatico. Ha un collega che vuole conoscerti.
Giovanna la guardò. Elisa, lo so come stai pensando, ma ascolta. Non sono pronta. Non ti sto chiedendo di sposarti, ti sto chiedendo di prendere un caffè.
Chi è? Si chiama Luca Ferri. Ha trentanove anni, fa l’ingegnere strutturale. Marco dice che è una persona seria nel senso vero, non nel senso noioso, nel senso che dice quello che pensa e fa quello che dice.
Come fa Marco a sapere che sarebbe adatto a me? Perché Marco ti conosce da tre anni e ti ha vista lavorare su questa storia con una lucidità che, dice, non aveva visto in nessuno. Pausa. E perché Luca ha attraversato anche lui una separazione due anni fa e ne è uscito nel modo in cui ci si esce quando si è onesti con se stessi.
Giovanna rimase ferma su quella risposta. Non disse niente per un momento. Un caffè, disse alla fine. Un caffè, non una cena, non un aperitivo, un caffè.
Un caffè domani mattina, se vuoi. Luca Ferri aveva trentanove anni e quella qualità specifica delle persone che sono esattamente quello che sembrano, non nel senso piatto, nel senso rassicurante. Alta statura, capelli scuri con qualcosa di grigio che non cercava di nascondere, un viso che le persone descrivevano come onesto prima di qualsiasi altra cosa, quella cosa negli occhi che ha la gente che non costruisce versioni ottimizzate di sé per le prime impressioni. Si trovarono al caffè Contarini in piazza Libertà, quello storico con i tavoli di marmo e quella luce che Udine sa fare in aprile, quando il freddo sta cedendo ma non ha ancora ceduto del tutto.
Giovanna arrivò con due minuti di anticipo. Luca era già lì. Ordinarono e la conversazione fu quello che le conversazioni sono quando le persone ci entrano senza aspettarsi niente di specifico: diretta, senza la costruzione delle prime impressioni studiate, con quella libertà specifica di chi non ha niente da perdere e niente da dimostrare. Parlarono di lavoro, Giovanna del suo, Luca del suo.
L’ingegneria strutturale e la contabilità avevano più in comune di quello che sembrava. Lo scoprirono entrambi: discipline in cui i numeri devono tornare, in cui una struttura regge o non regge e non ci sono interpretazioni a metà. Come hai saputo che qualcosa non andava? disse Luca.
Non riguardo a sé, riguardo a lei, diretto, senza costruzioni. Ho sentito una telefonata. E hai agito subito. Avevo le informazioni, sapevo cosa fare.
L’unica domanda era se avevo il coraggio di farlo. E l’avevi? Sì. Lui tenne quella risposta per un momento.
Io ci ho messo più tempo. Quando ho capito che la mia storia non funzionava, ho aspettato un anno pensando che cambiasse. Non è cambiata. Cosa ti ha fatto decidere?
Quando ho capito che aspettare non stava proteggendo niente, stava solo rinviando qualcosa che era già deciso. Giovanna lo guardò in quel viso, quello onesto, nel senso che le aveva detto Elisa. C’era qualcosa che riconosceva, non la storia uguale alla sua, non il dolore identico, quella cosa più specifica che è il modo in cui le persone attraversano le cose difficili quando lo fanno nel modo giusto, senza dramma, senza autocommiserazione, con quella dignità concreta di chi si prende la responsabilità di andare avanti. Hai trovato un appartamento?
disse Luca. Sto cercando, ho alcune opzioni. In quale zona? Centro, se riesco, vicino al lavoro.
C’è un palazzo in via del Mercato Vecchio. Un collega ha liberato un appartamento il mese scorso. Non so se è ancora disponibile, ma vale la pena chiedere. Come mai lo sai?
Perché ho aiutato con le verifiche strutturali del palazzo due anni fa. Lo conosco bene. Giovanna rimase ferma su quella risposta per un secondo, poi disse: potrebbe mandarmi il contatto del proprietario? Ha il suo numero?
Posso darglielo. Sì. Si scambiarono i numeri, non come gesto romantico costruito, come cosa pratica tra due persone che si stanno parlando e hanno trovato un motivo concreto per continuare a farlo. Il caffè finì.
Rimasero al tavolo per un momento che non era necessario ma non era forzato. Un caffè, disse Luca. Sì, è stato un caffè utile. Una pausa.
È stato anche piacevole, non solo utile. Luca la guardò, poi disse: concordo. L’appartamento di via del Mercato Vecchio era disponibile. Luca mandò il contatto quella sera.
Giovanna chiamò il proprietario il giorno dopo, andò a vedere il posto il giovedì. Era esattamente quello che cercava. Firmò il contratto due settimane dopo. Nel mezzo di tutto questo si videro di nuovo, non perché qualcuno lo avesse pianificato in quel modo, ma perché Luca aveva alcune informazioni pratiche sul palazzo che le erano utili, e il modo più diretto per comunicarle era vedersi.
Un aperitivo questa volta, non un caffè. Sei cresciuta in questa città? disse Luca. Sì, non l’ho mai lasciata davvero.
Tu? Vengo da Pordenone. Sono arrivato a Udine per lavoro quattordici anni fa. E sei rimasto.
Come tutti quelli che arrivano a Udine per una ragione e restano per un’altra. Giovanna rise, quella cosa breve e genuina che aveva, quella che veniva fuori quando qualcosa la sorprendeva nel modo giusto. È una buona descrizione. È la mia esperienza diretta.
Parlarono per due ore, non della separazione, non della storia con Angelo. Avevano già detto quello che c’era da dire su quelle cose nella prima conversazione e non avevano bisogno di tornarci. Parlarono di Udine, del Friuli e di quella qualità specifica della regione che non si esporta, quella concretezza che le persone di fuori a volte scambiano per freddezza e che invece è una forma di rispetto per le cose vere. Parlarono del progetto di Luca, un ponte pedonale sul Tagliamento, uno di quei lavori che richiedono anni e producono qualcosa che dura.
Parlarono di quello che Giovanna stava pensando di fare professionalmente. Non cambiare, ma espandere. Aprire uno studio suo, invece di continuare in quello associato. L’hai già deciso?
disse Luca. Lo sto valutando seriamente. Prima non me lo ero permessa. C’era sempre una ragione per rimandare.
E adesso? Adesso le ragioni per rimandare sono diminuite in modo considerevole. È un buon modo per vedere quello che è successo. Non è solo un modo, è la verità.
Una pausa. Quello che Angelo stava pianificando di fare mi ha fatto del male, ma quello che ho fatto io per rispondergli mi ha insegnato qualcosa che non sapevo ancora di me. Cosa? Che sono abbastanza brava da gestire le cose difficili da sola.
E che saperlo cambia il modo in cui si scelgono le persone con cui non si è soli. Luca la guardò per un momento, poi disse: è la cosa più lucida che qualcuno mi abbia detto su quello che succede dopo una separazione. Ho avuto tempo per pensarci. Si vede.
L’appartamento di via del Mercato Vecchio fu pronto il primo di maggio. Primo giorno del mese, quella data con quella qualità di inizio che alcune date hanno. Giovanna si trasferì da Elisa con quella semplicità di chi ha preso la decisione e la esegue senza rimpianti. L’appartamento aveva una finestra grande che dava sul vicolo medievale, quella Udine storica con le case che si appoggiano l’una all’altra e le luci dei negozi la sera che filtrano tra i portici.
Era piccolo rispetto a quello che aveva condiviso con Angelo. Era suo. La prima sera aprì una bottiglia di vino friulano, uno di quelli bianchi con quella mineralità che solo i vini del Collio sanno avere, e si sedette vicino alla finestra a guardare il vicolo. Non c’era nessuno con cui brindare.
Brindò lo stesso da sola, con quella cosa nel petto che non era solitudine nel senso che pesa, ma quella cosa più rara che è la presenza di se stessi in uno spazio che si sente giusto. Il messaggio di Luca arrivò alle venti e trenta. Nuovo appartamento, è un buon inizio. Giovanna scrisse: sì.
Come lo sai che mi sono trasferita oggi? Marco ha detto a Elisa, Elisa ha detto a Marco, Marco ha detto a me. I friulani sono discreti su tutto, tranne sulle cose che ritengono importanti. Giovanna rise, quella cosa breve e piena che aveva, scrisse: sembra efficiente.
Lo è. Stai bene? Giovanna guardò il vicolo, le luci, il vino nel bicchiere. Sì, davvero.
Sì. Bene. A presto. A presto.
Chiuse il telefono, aprì di nuovo la finestra per sentire l’aria di maggio, quella qualità del Friuli in primavera che ha ancora il freddo nelle sere ma ha già qualcosa di caldo nelle ore del pomeriggio, come se la stagione stesse cercando il suo equilibrio. Quello che era successo non era stato semplice, non era stato indolore. Aveva perso qualcosa. Angelo, non il matrimonio in sé, ma quella versione del futuro che aveva creduto di stare costruendo e che non esisteva nel modo in cui credeva.
Ma aveva trovato qualcosa che non sapeva ancora di dover trovare. La certezza di cosa era capace. La chiarezza su cosa voleva. E la consapevolezza, quella più difficile, quella che richiede tempo e onestà, che le cose che aveva rimandato per stare dentro qualcosa che non la conteneva più potevano finalmente cominciare.
Lo studio suo, l’appartamento suo, la vita che stava costruendo con la stessa precisione con cui costruiva i bilanci, ogni voce al posto giusto, ogni numero verificato, ogni struttura capace di reggere quello che le veniva chiesto di reggere. E forse, nel tempo che il tempo sa darsi, anche qualcuno che stesse accanto senza che ci fosse bisogno di nascondere niente. Le persone più forti non sono quelle che non cadono.
Sono quelle che cadono, capiscono perché e si rialzano sapendo qualcosa in più di prima.